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sabato 14 luglio 2012

E' ORA DI SCACCIARE L'ANGOSCIA E LA RASSEGNAZIONE: SANTA VENERA E' NUOVAMENTE TRA NOI!

E' stata una cerimonia semplice, fuori dalla ritualità formale, dunque con la giusta cornice per rendere comprensibile ai più il senso della posa di questa icona, che siamo certi diventerà negli anni un "erogatore" di forze e speranze, di fede e di azioni ... oltre che un elemento utile a riscoprire le radici di questa comunità.
Il 7 luglio scorso è stata svelata Santa Venera alla cittadinanza. Presenti il Sindaco, l'Onorevole, consiglieri regionali e comunali, il Comandante di Porto, più attenti ad aver onorato il cortese invito della Consulta (a cui spetta il merito di aver caparbiamente voluto raggiungere questo traguardo) che al senso del recupero di un culto, sul quale abbiamo scritto tanto nei mesi scorsi. Nessuno di loro ha preso la parola, solo il presidente della Consulta Lo Preiato, che ricordando il cammino intrapreso per giungere a questo piccolo ma significativo evento, ha inteso ringraziare il Consiglio di Rappresentanza ed tutti i soci dell'associazione per il contributo fornito alla concreta   attuazione dell'idea. Le parole benedicenti di Don Saverio sono state emblematiche: una comunità che si unisce attorno ad un segno di fede merita di credere in se stessa e nei segni di pace, piccoli e grandi, che deve perseguire.

La partecipazione testimonia quanto vivo sia ancora l'attaccamento della nostra cittadina verso la presenza di questa Santa, sentita sempre nell'aria antica ma mai vista ... tanto da assegnarne il nome ad una statua romana . E' una storia di smarrimento e ritrovo ... che un pò speriamo riassuma la nostra storia.
Quest'atto di devozione avviene dopo due episodi delittuosi che hanno ammutolito e sgomento la città intera. Motivi di angoscia che si aggiungono ad altri, ma che oggi possono trovare nella santa, una delle migliaia dei primi anni del cristianesimo, una occasione di liberazione e di unione.
L'icona di Santa Venera non é un semplice pannello di ceramica decorata, seppur di pregevole fattura e montato in una struttura d'alluminio e ferro davvero d'effetto, ma in esso é racchiusa la nostra storia, la nostra identità, le nostre radici, sulle quali poter costruire un futuro migliore del presente, per noi e per le generazioni future









domenica 4 dicembre 2011

4 DICEMBRE 1865. POSA DELLA PRIMA PIETRA PER LA COSTRUZIONE DEL PORTO DI S.VENERE!

Il 4 dicembre 1865, 146 anni fa ...  nella Rada di Santa Venere si effettuarono i solenni festeggiamenti per la posa della prima pietra del nuovo Porto di Santa Venere.
"(...) Il parroco, assistito sempre dal Clero, impartì allora solennissima benedizione ad un grosso masso, il quale poi adorno di devozioni e di figure, fu subito calato a fondo. Il pubblico voll’essere spettatore della sommersione di tutto il materiale, che ne eseguì immediatamente, epperò si trattenne fino all’ultimo. Non trovo qui le parole per descrivere quel che avvenne, la gioia, la esultanza, l’entusiasmo, la commozione, i voti, gli applausi, gli auguri, le felicitazioni. Per averne una adeguata idea bisognava essere presenti. Il Cielo divenne come annebbiato dal fumo dei fuoco dei cannoni e dei fucili. I gridi di esultanza echeggiavano di nuovo intera lunghezza la marina, dalla Città a Capo Rocchetta" ...

venerdì 16 settembre 2011

PORTO S. VENERE: OGGI SI RIDISCUTE ... QUANTO GIA' DECISO IL 2 MARZO 2010!

Si discute se dare il suo antico nome alla città costiera? Beh! Sarebbe più giusto scrivere "se ne ri-discute", perchè in realtà la VI Commissione Consiliare della Città di Vibo Valentia, il 2 marzo 2010 (qualche settimana prima delle elezioni che ci hanno donato gli attuali smemorati amministratori) recependo in toto quanto deliberato dal Consiglio della IV Circoscrizione il 26 febbraio 2008,  aveva espresso parere favorevole all'unanimità dei presenti, per la variazione di denominazione della frazione Vibo Marina in Porto Santa Venere.
Meno male che sul nostro blog, conserviamo tutto!
Non ci credete? Vi invitiamo a leggere la determinazione integrale, in originale,  al seguente  l i n k !
Si vuole ridare alla città costiera il suo antico nome? Basterebbe solo riportare in Consiglio quel documento!

Mentre aspettiamo che la nuova Commissione ne ridiscuta, leggiamo anche le ragioni della "vecchia" determinazione!

mercoledì 24 marzo 2010

VIBO MARINA POTRA' RICHIAMARSI PORTO SANTA VENERE!!!


Mentre si continua ad usare sempre più il termine "marinate" per indicare (ingiustificatamente, come sempre) i centri costieri, la VI Commissione Consiliare della Città di Vibo Valentia dona ai futuri suoi amministratori un atto di grande importanza per la nostra storia, la nostra identità ed il nostro futuro.
Recependo in toto quanto deliberato dal Consiglio della IV Circoscrizione in data 26 febbraio 2008 con Del. N. 3, nella quale si esprime parere favorevole a ridare alla frazione la nuova (ed antica)denominazione di Porto Santa Venere, la VI Commissione Vibo Marina, lo scorso 2 marzo, dopo aver letto ed acquisito agli atti la relazione richiesta da alcuni Commissari riguardante le ragioni storiche per cui ridare alla città costiera il suo antico nome, ha espresso parere favorevole all'unanimità dei presenti, per la variazione di denominazione della frazione Vibo Marina in Porto Santa Venere.

Diamo notizia di questo importante atto amministrativo, allegandone i deliberati [scarica pdf], perchè convinti del suo enorme valore.

Valore storico ma ancorpiù fortemente amministrativo, poichè espressi da organi elettivi e rappresentativi della nostra collettività.

Abbiamo più volte scritto ed approfondito il tema della inspiegabile scomparsa dell'antico nome di Porto Santa Venere.

Oggi esiste un atto amministrativo che, comprendendone favorevolemente le ragioni, chiede al Consiglio Comunale della città di recuperare alla memoria storica un patrimonio comune: dell'identità della sua comunità costiera.

Siamo convinti che la STORIA ... consentirà alla prossima consiliatura di non trascurare un simile impegno!

martedì 16 marzo 2010

PORTO SANTAVENERE: Le ragioni storiche per ridare alla città costiera il suo antico nome.

Il Toponimo di Santa Venera e di Porto Santa Venere
Le notizie d’archivio sull’esistenza del toponimo Santa Venera o Santa Venere lungo l’area costiera vibonese si concretizzano nel periodo compreso tra il 1444 ed il 1459, riferite alla esistente tonnara detta appunto di S. Venere. In quegli anni Alfonso d’Aragona, detto il Magnanimo, conferma la concessione del palo della tonnara a Zarletto Caracciolo di Napoli; tonnara che ritroviamo in ulteriori atti con il toponimo di Tonnara di S. Venere posseduta sempre da un membro della famiglia Caracciolo, Berardo, signore di Oppido, nel 1505.
Notizie più precise le rintracciamo a partire dal 1507, anni in cui per la prima volta il toponimo si distingue in Feudo di S. Venera, che risulta preso in possesso dal Duca di Monteleone il 23 marzo del 1507, sottraendolo al Principe di Bisignano. E’ un documento della Corte ducale di Monteleone redatto nel primi anni del 700 che ne traccia l’iter d’acquisizione:
Nel 25 Novembre 1507 il suddetto Sig(no)r Principe di Bisignano fece instrumento di vendita del suddetto feudodi Santa Venere a Fanello Mormile per mano di Notar Angelo Marziano di Napoli, e nel 26 Novembre al suddetto Sig(no)r Conte di Monteleone per mano del suddetto Notar Angelo Marziano di Napoli; nel1524 à 20 Agosto per mano di Notar Gregorio Ruffo di Napoli si è fattoinstrumento di affrancazione col Regio assenso per Magn(ifi)co Gian de Gurnara al Magn(ifi)co Berardo Capece, Procuratore del Sig(no)r D(o)n Ettore Pignatello, di annue docati 200 per capitale di docati 2000 sopra detto fondo. Nell’anno 1547per mano di Notar Afonzo Biscia di Napoli, con special privileggio della Maestà di Carlo Quinto, ottenne detto Sig(no)r D(o)n Ettore Pignatello la reintegra et inventario, nella quale per detto feudo contene, di poter nella Marina di Bivona calare la Tonnara (…)nell’anno 1562 detto Sig(no)r D(o)n Ettore Pignatello, ottenne assensoRegio di poter calare detta Tonnara qual Privileggi Reintegra inventario instrumento e Regio Assenso si conservano nel Ducal Archivio. Oggi la detta Ducal Corte affitta le rendite di detto feudo Santa Venere, consistentino le terre diolivi, trappeto, Molino, Giardino di Agrume, fronda nera, Pergoli, Arbusti frutti et ogn’altra rendita che in esso si ottiene per ogni anno candela accensa plus offerente”.
In definitiva tale documento traccia per grandi linee la storia del Feudo di Santa Venere fino all’acquisizione del Pignatelli.
Il toponimo di Santa Vennera lo ritroviamo, qualche anno più tardi, nell’appalto per la costruzione della torre di Santa Vennera o Santa Venere, gemella della Torre di S.Pietro di Bivona, costruite entrambi nel 1564 dal mastro monteleonese Giacomo Pitoya.
Negli anni che si registra un significativo mutamento nelle proprietà lungo la costa. E’ infatti dalla fine del ‘600 che appaiono nuove figure di ricchi proprietari nella storia del Feudo di S. Venere, tra cui spicca, per l’estenzione dei suoi possedimenti, il Portulano Francia, discendente della potente famiglia Di Francia di Monteleone. Il Di Francia risulta possedere in enfiteusi, una gran porzione di terreno proprio nella marina di Monteleone, terra che Corte Ducale meditava di far rientrare tra quelle comprese nel Feudo di Santa Venera, ma per le difficoltà economiche e politiche incontrate dalla seconda metà del settecento dalla famiglia Pignatelli, la totale reintegra del feudo di S. Venere non ebbe alcun esito, anzi, altri ricchi e nobili proprietari monteleonesi cominciarono ad estendere i loro possedimenti lungo il territorio costiero, secondo quanto rileviamo da un dettagliato elenco dei Possedimenti ducali nella marina di Monteleone, redatto il 18 dicembre del 1704.
In tale atto compaiono, includendo il nuovo Portulano, cioè il Reverendissimo Don Orazio di Franza e suo fratello Don Bernardo, il D(otto)r Fisico Franco PauloVita, il magnifico Cesare Lombardo, i magnifici Luigi, Domenico e Antonio Antonucci, il Reverendissimo Don Giò Battista Dilauro della Città dell’Amantea che in seguito, ed esattamente il 28 marzo 1688, vendette la sua proprietà a Don Francesco Paulo Marzano ed a cui subentrarono i figli li Magnifici Guglielmo, Domenico, Fabrizio e Nicola, il magnifico Antonio Crispo, ed infine i Reverendissimi Padri Dominicani di detta città nonché i reverendissimi Padri Scalzi Agostiniani detti della Pietà, della predetta città.
Per quanto riguarda il giardino appartenente ai Pignatelli, il prelato napoletano Giovan Battista Pacichelli, visitando Monteleone nel 1693, lo descrive coltivato di “nobili agrumi” ponendolo a poca distanza dal “picciol e ben disposto Palazzo che chiaman di Santa Venere”, presenza di un palazzo ducale nella marina di Santa Venera confermata nella relazione di una visita pastorale nella parrocchia di Longobardi effettuata a metà 700, distinguendo due cappelle esistenti nella marina, una “vicino al Castello di Bivona” e l’altra “nel Palazzo Ducale alla Marina, dedicata a S. Venera”.
Un grosso aiuto per collocare nell’area costiera il palazzo ducale, o Venera, lo fornisce la descrizione dell’area costiera effettuata, per la relazione sulla costruzione del porto, nel 1834.
In essa compare una diruta casina, nominata appunto di Santa Venere e ben distinta dall’omonima torre, collocata tra la casina Gagliardi e quella di Portolano di Francia, precisando inoltre che “alla dritta della chiesetta di S. Venere per chi da terra si rivolga la mare, osservasi una scaturigine d’acqua, ed un’altra più copiosa inoltrandosi un poco verso l’interno nell’istessa direzione, ed è da notarvi una vaschetta con una statuetta da cui linfe zampillano.” La chiesa era quindi collocata a poca distanza dalla fontana descritta dal Lenormant, sulla cui sommità era collocata la statuetta dell’Arianna dormiente, chiamata Santa Venera dagli abitanti del luogo.
Il nuovo futuro insediativo dell’area costiera di Santa Venera è segnato dal definitivo interramento ed abbandono del porto di Bivona sostituito come scalo da quello di Pizzo.
Il tratto costiero posto tra il vecchio porto vibonese e quello napitino, conosciuto allora dai marinai come Rada di Santa Venera, e compreso tra la Torre Regia di Bivona e la rupe denominata Timpa Bianca, riparato com’era dai minacciosi
venti di maestrale e di libeccio, venne dalla metà del ‘700 in poi, utilizzato dalle imbarcazioni che dovevano fare scalo nel porto di Pizzo, che al contrario era poco sicuro in caso di maltempo.
Proprio per questa naturale protezione la maggior parte delle navi usavano sostare nella rada di S. Venera in attesa del buon tempo, del permesso di sbarco, dei contatti commerciali o per attendere la fine del periodo di contumacia stabilito
dalle leggi sanitarie, quasi come naturale appendice di quell’approdo ricavato in piccola una lingua di spiaggia.
E’ il 1792 quando l’economista Giuseppe Maria Galanti, incaricato dal Sovrano di redigere una relazione sugli effetti del terremoto del 1783 nell’area vibonese, notando come il duca di Monteleone continuava ad esigere le tasse d’ancoraggio nonostante il porto antico di Bivona fosse ormai ridotto ad un semplice approdo, prese in seria considerazione l’opportunità di costruirne uno nuovo “giacchè oggidì” il vecchio porto “è sufficiente a dare ricovero ad alcuni, ma vi è bisognodi guida per entrarvi”.
Egli fece tale riflessione partendo dalle notizie del riparo offerto dalla rada di Santa Venere di ben cinque bastimenti, e richiese in tale senso un’accurata relazione al Generale Acton, il quale precisa di aver dato incarico al Regio Ingegnere Don Ermenegildo Sintes d’impegnarsi nell’ipotesi costruttiva di un nuovo porto, della quale espone di seguito i risultati più salienti:
“Egli ha ritrovato verissimo che nella marina chiamata di Santa Venere, la quale è nel golfo di Sant’Eufemia tra la città del Pizzo e quella di Monteleone, vedesiformato dalla natura un seno ben grande, garantito da un masso, ossia secca,continuato, che si estende nel mare per circa mezzo miglio in forma quasi semicircolare. Il seno che forma questo masso somministra l'idea di un magnifico e sicuro porto; imperocchè viene a difenderlo da’ venti di Ponente, di Maestro e Libeccio, e dà la sicura apertura al porto dalla parte di Tramontana. Nelle sue vicinanze non iscorrono fiumi di alcuna sorte, da’ quali si possa temere deposizioni di arena e di interramento. La profondità dell’acqua di tutto il seno è assai grande, e strabocchevole, capace di qualunque bastimento di alto bordo. La lingua di terra, ossia secca, che forma il seno, è situata poco al di sotto del pelo dell’acqua.”
Il generale precisa inoltre di averne fatto redigere una pianta, con la raffigurazione di un’idea complessiva della costruzione dei moli, che avrebbe presto sottoposto all’attenzione del Galanti, compreso un preventivo di massima, pari a 130.000 ducati, per la costruzione completa del porto, “con tutte le necessarie opere di Lanterna, ridotti d’artiglieria, magazini, e ogn’altro”.
Finchè il porto non verrà costruito la presenza del vicino porto ad alaggio di Pizzo, consentì il trasferimento degli uffici Doganali Regi ma, ancorpiù, la presenza di un nutrito corpo militare in grado di garantire sicurezza ai bastimenti che qui approdavano, per tutto il periodo napoleonico.
I testimoniali redatti in quegli anni dai padroni barca, presso i notai di Monteleone e Pizzo offrono un’inedito repertorio di storie personali, di difficoltà quotidiane, di imprevisti che, seppur rappresentando di volta in volta episodi piccoli, minimali rispetto alla storia dell’intera regione, riescono ad essere preziose testimonianze ed unite ad altrettante piccole storie offrono un contributo determinante per la storia di un territorio e del suo evolversi nel tempo.
Durante tutto il periodo napoleonico il porto di Pizzo riuscì ad affermarsi come un’importante tappa intermedia per il commercio marittimo tra Napoli e la Sicilia, protetto come era dai cannoni posti nel Castello e nella marina, lungo la rotonda piattaforma della Monacella, ma presentava lo svantaggio di essere costituito in larga parte da una piccola spiaggia e poco riparato dai venti e dai marosi, tant’è che in questi casi le imbarcazioni preferivano trasferirsi a sostare proprio lungo la rada di S. Venere.
Questa notevole quantità di bastimenti che utilizzavano la rada come rifugio, favorì in breve tempo la nascita di un piccolo villaggio. Alle case della famiglia Marzano, dei Gagliardi, del Portolano di Francia, dei Guardia Costa ecc., si affiancarono altre piccole casette di marinai e pescatori, nonché qualche taverna, e la prima descrizione in tal senso ci viene fornita dallo studioso svizzereo Charles Didier, che nel 1835 visitò l’area costiera:“...Il golfo di S. Eufemia termina come comincia, cioè con degli oliveti, tagliati quà e là da quercie e faggi, popolati da un villaggio chiamato Santa Venere. Santa, a dire il vero, un pò profana, benché bene e canonicamente riportata nel calendario romano”.
E’ il 1840 quando il commendatore Domenico Cervati, dà alle stampe la relazione del progetto definitivo “per ridurre l’ancoraggio di S(ant)a Venere presso la città del Pizzo, nel Golfo di S.a Eufemia, a sicuro ed ampio porto”.
Egli sottolinea come un porto costruito nella Rada di S. Venere verrebbe a collocarsi nella media distanza da tutte e tre le Calabrie, in quanto distante 71 miglia da Cosenza, 40 da Catanzaro, e 61 da Reggio, divendendo in breve lo sbocco ottimale dei loro ricchissimi prodotti: “troverebbesi eziando presso alle copiose pianure del golfo di S. Eufemia, facendo capo dalla marina di Nicastro alla foce dell’Angitola, e dalle terre di popolati paesi che si distendono da Monteleone sino a Rosarno. Per tali essenziali vantaggi quella postura centralepresso alla quale prolungasi la strada Regia, che radendo il ciglio della pendice su cui siede la Città del Pizzo, con breve tratto non maggiore di tre quarti di miglio, potrebbe comunicare col porto, diverrebbe l’emporio del commercio delle Calabrie, e sorgere vi si vedrebbe una numerosa popolazione d’industriosi abitanti. Né ciò è un vago e semplice concetto. Il Pizzo posto ad egual distanza delle due città più operose e commercianti delle Calabrie, Nicastro e Gioia, va di giorno in giorno accrescendo la sua importanza malgrado le condizioni in cui è. Esso già divenuto veicolo del commercio di Nicastro, il diverrebbe ancora di Gioia con la costruzione del porto di S. Venere, di cui la bocca essendo distante da quella Città per un breve ed agevole spazio di lido lungo men di un miglio e tre quarti (pal. 12000), in breve vedrebbonsi riuniti quei due luoghi in una sola città. Così il commercio delle vicine città calabre ricche e popolose avrebbe un luogo accomodatissimo al traffico ed allo scambio delle merci, e resterebbe deserto il paventoso sbarcatoio di Gioia. (…) Né qui si pretermette di far considerare, che i Reali e grandi Stabilimenti della Mongiana e di Ferdinandea, che l’un di più che l’altro vanno acquistando nuovo incremento e maggior lustro, nullameno non han ove emettere i loro abbondanti lavori di ferro, tutto che siasi costruita con grave dispendio una strada rotabile da essi alPizzo, ed altra da questa città alla marina, ove convenienti depositi sono stati pur edificati. Attualmente que’ prodotti caricansi a spilluzzico su piccoli navicelli in sulla spiaggia del Pizzo, come il punto più prossimo e più facile pei trasporti; e in cambio, formandosi il porto in S. Venere, facilmente si estrarrebbero per mezzo di grosse navi con guadagno di tempo e risparmio di spesa”.
Non trascorse molto tempo, dalla data di questo primo progetto, all’istituzione del porto di Santa Venere. La macchina burocratica messa in moto dai sovrani per la costruzione del porto di Santa Venere non subì alcun contraccolpo, tant’è che il 29 maggio del 1863 viene promulgata la legge n. 1299, che istituiva il porto di quarta classe di S. Venere e successivamente, il 25 luglio del 1864 , viene promulgato il Regio Decreto che stabiliva la ripartizione della spesa per la sua costruzione, metà a carico dello stato e l’altra metà a carico delle province calabresi.
Ma l’episodio che scatenò maggiori reazioni fu l’emanazione del Decreto Regio del 3 maggio 1885 che, classificando il porto di terza categoria, rivedeva gli enti obbligati a contribuire economicamente alla sua costruzione, includendovi anche i minicipi locali, in quote percentuali ripartite secondo le ricadute positive nei rispettivi territori.
Questo provocò una violenta reazione da parte del Consiglio Comunale del Municipio di Monteleone che l’8 luglio di quello stesso anno deliberava il ricorso al decreto per l’illeggittima ripartizione delle spese a carico dei comuni, tra i quali, non a caso, quello di Monteleone risultava il maggiore contribuente.
Argomentazioni che non trovarono nessun credito presso gli organismi statali, ed ebbero il solo effetto di escludere la città di Monteleone dall’assegnazione del Compartimento Marittimo competente alla gestione portuale che, al contrario, il 29 novembre del 1886, con la consegna al comandante Giurano Giuseppe ed all’applicato di porto di I classe Rioco Giuseppe, veniva assegnato alla XVI Capitaneria di Porto del nuovo Compartimento Marittimo di Pizzo Calabro.
Successivamente, il 7 agosto 1887 un ulteriore Regio Decreto elevava la sua classificazione alla seconda classe, serie seconda.
Con il completamento del tratto ferroviario Eccellente-Tropea-Rosarno, iniziato nel 1885 e terminato dieci anni dopo, il porto cominciò ad offrire risultati economici soddisfacenti, collegandosi con un complesso sistema viario che garantiva la distribuzione delle marci sbarcate ed imbarcate nel resto dell’intera penisola, con tempi e costi economicamente vantaggiosi. Le tante merci provenienti dalla Sicilia caricate nelle capienti stive dei piroscafi a vapore, trovavano nel porto di Santa Venere lo scalo ideale nel quale poi far proseguire, ricaricate nei vagoni della ferrovia, la loro distribuzione nelle principali città del Regno.
Ma a parte la valenza economica che man mano l’aria costiera vibonese andava acquisendo in quegli anni, l’evento in cui il porto e la nuova stazione ferroviaria di Monteleone – Porto Santa Venere si rivelarono come importanti snodi strategici nel complessivo sistema viario italiano, fu il violento terremonto che nel 1905 funestò l’intera regione calabrese. Il Porto Santa Venere divenne in quei giorni la principale area di smistamento dei soccorsi, che giunsero in Calabria esclusivamente con treni e navi a vapore, proprio perché la precarietà e la pericolosità delle strade pubbliche calabresi si rivelò allora in tutta la sua drammaticità.
Il giorno dopo giungono da Messina due torpediniere, la 127 e 128, cariche di medicinali e ghiaccio, così come dal panificio militare stessa città, vengono spediti regolarmente per alcune settimane, con due viaggi giornalieri, 2000 chilogrammi di pane.
In quella stessa sera giungono alla stazione di Porto Santa Venere un gruppo di ottanta soldati zappatori dell’87 e 88 fanteria, partiti da Bari con il treno delle 9,20, come precisa un quotidiano italiano dell’epoca.
La città di Monteleone venne immediatamente scelta dal Prefetto di Catanzaro e dal sindaco marchese di Francia quale base operativa dei soccorsi.
A Porto Santa Venere fece tappa il piroscafo della Regia Marina “Garigliano”, partito da Napoli con un carico di 1000 metri cubi di legname destinati alla costruzione di barracche, oltre a coperte, viveri, utensili ed allo stesso personale che dovrà prestar mano d’opera al lavoro di edificazione, così come il vapore “Mathias Kiraly” partito da Genova carico di 6000 coperte, 1000 materassi, 2000 cuscini, 15.000 ceste di pasta, 50 quintali di pane, una botte di vino, 30 sacchi diriso, 5 casse di caffè, 950 scatole di ferro smaltato, oltre ai rappresentanti di quel comitato che avrebbero coordinato gli interventi a favore dei terremotati.
Proprio al Comitato dei soccorsi genovese si devono gli interventi a favore degli abitanti compresi nella fascia costiera di Porto Santa Venere e Porto Salvo.
Gli anni successivi al 1910 videro aumentare gli investimenti strutturali lungo la costa vibonese, è infatti di quegli anni il primo Piano Regolatore del Porto e del Borgo, che si concretizzò con la contemporanea vendita di gran parte degli arenili posti a ridosso della struttura portuale. Il 4 ottobre 1923 venne inaugurato il tratto a scartamento ridotto delle Ferrovie Calabro Lucane che collegava il porto con le città di Pizzo, Monteleone e Mileto.
Le due linee ferrate modificarono in maniera determinante l’assetto del territorio costiero, grazie alla regimentazione dei tanti torrenti che dalla collina raggiungevano il mare ed alla realizzazione di strade in grado di collegare le due stazioni all’impianto portuale del borgo di Porto Santa Venere.
L’attuale corso Michele Bianchi, costruito nel 1938 dal Provveditore alle Opere Pubbliche Lepore, con gli avanzi della costruzione del molo foraneo, divenne la via principale della cittadina costiera, ai cui lati si affacciavano i palazzi Condò, Di Tocco, Cutullè, Tranquillo, Candela, nonchè la tonnara di S. Venere, appartenente al Cav. Adragna, che uniti alla contemporanea costruzione della chiesa, delle casermette della dogana, del genio civile, della sede staccata del compartimento marittimo, dei magazzini portuali e delle prime ma numerose attività imprenditoriali nazionali che acquisivano le aree demaniali retro portuali (Gaslini, Montecatini Edison, Saima, etc.)

Il cambio del nome: un falso storico.


E’ nel 1928 che il comune di Monteleone mutò il suo nome con quello di Vibo Valentia.
Il Regio Decreto che sancisce il nuovo nome del comune è dell’ 8 Dicembre 1927, n. 2449, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 3 del 4 gennaio 1928 così recita:
Autorizzazione al comune di Monteleone di Calabria a mutare la propria denominazione in quella di Vibo Valentia. Vittorio Emanuele III, Per grazia di Dio e per volontà della Nazione, Sulla proposta del Capo di Governo, Primo Ministro Segretario di Stato e Ministro Segretario di Stato per gli affari dell'interno; Veduta la domanda con cui il commissario prefettizio per la temporanea amministrazione del comune di Monteleone di Calabria, in esecuzione della deliberazione 23 febbraio 1927 del Consiglio comunale, ha chiesto l'autorizzazione a mutare la denominazione del Comune stesso in "Vibo Valentia"; Veduto il parere favorevole espresso dal Consiglio provinciale di Catanzaro con deliberazione 16 settembre 1927; Veduta la lettera 12 agosto 1927, n. 404485, del Ministero delle comunicazioni, Direzione generale delle poste e dei telegrafi; Abbiamo decretato e decretiamo:
Il comune di Monteleone di Calabria è autorizzato a mutare la sua denominazione in "Vibo Valentia".
Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserito nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare. Dato a Roma, addì 8 dicembre 1927. Anno VI. Vittorio Emanuele, Mussolini.


Si è sempre dato per scontato che il cambio del nome alla città di Monteleone comportò il conseguente e contemporaneo cambio del nome del borgo marittimo, dal punto di vista giuridico amministrativo ma in realtà la lettura delle delibere dell’epoca rivela l’esatto contrario.
La lettura in particolare della delibera del Consiglio Comunale del 23 febbraio 1927, con la quale all'unanimità il consiglio propose al Re l'adozione del nome di Vibo Valentia (citata nel Regio Decreto) ripresa dall’Archivio Storico del Comune, nella quale viene trascritta integralmente la proposta avanzata dalla locale sezione dell’Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra, chiarisce il senso della proposta, e riassunta nelle parole del Sindaco Scrugli, testualmente delibera:
“Fare istanza al Governo del Re perché sia autorizzata questa Città ad assumere il nome di Vibo Valenzia e Marina di Vibo Valenzia sia chiamato tutto il litorale che si estende da Porto Salvo fino al limite di Porto S. Venere”.
Dunque in delibera per nessuno dei borghi costieri è esplicitato alcun mutamento di nome, tant'è che le borgate di Porto Salvo e Porto S. Venere vengono riportate esclusivamente “limiti” geografici della “Marina di Vibo Valenzia”. Difatti la delibera comunale del '27 dichiarando senza alcun dubbio che "Marina di Vibo Valenzia sia chiamato tutto il litorale che si estende da Porto Salvo fino al limite di Porto S. Venere", esplicita un volere deliberante del consiglio tutt'altro che teso a mutare il nome al borgo portuale, così come il Regio Decreto inoltre, attenendosi al puro merito descrittivo espresso in delibera, autorizza esclusivamente il cambio del nome del comune da Monteleone di Calabria.In sintesi una nuova denominazione anche per il borgo di Porto Santa Venere:
non venne richiesta dalla locale sezione Associazione Mutilati ed Invalidi di Guerra;
non venne proposta nella sintesi della deliberazione messa ai voti;
non venne deliberata dal consiglio;
non venne decretata nel Regio Decreto dell'8 dicembre 1927.

C'è di più. Da una prima lettura delle delibere degli anni immediatamente successivi (1928-1930) non risulta alcuna deliberazione di presa d'atto del Regio Decreto, nè ancorpiù viene in quegli anni utilizzato nelle deliberazioni altro nome che Porto Santa Venere, nell'indicare il borgo marino del comune di Vibo Valentia.
Per dimostrare quanto fosse evidente in quegli anni ai più, anche amministrativamente, che con il termine “Marina di Vibo Valentia” si indicasse l’intero litorale comunale, mantenendo ben distinto il nome del borgo di S. Venere, riportiamo per intero una delibera emessa dal Podestà Scrugli (lo stesso Scrugli - badate - che da sindaco interpretò il volere del consiglio, avanzando la proposta al Re, nel 1927, per il cambio del nome in Vibo Valentia) datata 28 marzo 1931. La delibera trae spunto da un atto valoroso compiuto da un giovane balilla di 10 anni, Malerba Antonio, che salvò la vita al giovanetto Greco Vittorio, tuffatosi in “acqua senza saper nuotare”. Un episodio minimo, ma pur sempre un gesto coraggioso e solidale, da evidenziare in una comunità che in quegli anni aveva necessità di rendere “visibili” e contaminanti i gesti “eroici”.
Ma trascriviamo
la delibera per intero:
Tornata del 28 marzo 1931 a. IX - L'anno millenovecentotrentuno a IX del giorno 28 del mese di marzo in Vibo Valentia e nella residenza Municipale;
Il Podestà Sig. Dott. Cav. Scrugli Lorenzo, nominato con R.D. 23-6-930 a. VII. ssistito dal Segretario Sig. Ramondini Giuseppe.

Visto il rapporto del delegato Municipale della borgata di Porto S. Venere relativa all'azione generosa compiuta nelle acque di S. Venere dal Balilla Malerba Antonio di Camillo e Maria Riga nato a Porto S. Venere nel 1921 e dal quale di rileva che alle ore 11 del 1 giugno il Malerba si tuffava in mare tutto vestito per trarre in salvo il giovanetto Greco Vittorio di Giuseppe, il quale imprudentemente si era tuffato in acqua senza saper nuotare. Ritenuto che l'atto generoso compiuto dal Malerba, per le circostanze in cui si è svolto merita una ricompensa. Infatti il Malerba si trovò solo nel posto perchè la località poco frequentata ed ha un tra di 15 metri di mare profondo due metri
Delibera che per l'azione compiuta dal Malerba, lo stesso deve essere proposto per una ricompensa.

La data e la descrizione della delibera sono importanti sia perché risultano estremi podestarili redatti a tre anni di distanza dal cambio del nome, epoca in cui è ben consolidato l’uso, per la città collinare del nuovo nome di Vibo Valentia, sia perchè altrettanto consolidato - e contemporaneo - si rivela l'uso del toponimo S. Venere per il borgo costiero, nome che tra l’altro distingue la figura istituzionale del Delegato del Comune di Vibo Valentia come “Delegato Municipale della borgata di Porto S.Venere”.
E’ inoltre utile sottolineare che questa delibera del '31 è emessa dal Cav. Lorenzo Scrugli, in quell’anno Podestà, che proprio nel 1927 era il Sindaco di quell’amministrazione che il 23 febbraio deliberò la richiesta al Sovrano del nuovo nome di Vibo Valentia ; dunque un amministratore che tanto si spese per quella nuova dizione e che se, al di là delle carte, avesse avuto la benché certezza che quell’atto modificava anche il nome del borgo costiero, non avrebbe in alcun modo esitato di indicarne il Delegato Municipale, tre anni dopo, come Delegato Municipale di Vibo Marina.


E' opportuno ridare alla città costiera il suo antico nome.

L’escursus storico fin qui dimostra ampiamente quanto radicata fosse l’esistenza del toponimo Santa Venere nell’area costiera, ed ancorpiù quanto tale nome si legò stabilmente al progressivo consolidamento delle attività economiche legata alla pesca prima; al successivo e costante sviluppo dell’area portuale poi ed infine alla formazione del nucleo storico del suo centro urbano.
La città portuale è dunque legata indissolubilmente al porto ed al mare: lo è la sua storia, lo è la sua gente, lo è, ancora ed in parte, la sua economia.
Questo legame oggi patisce una sterile estraneità e subisce azioni che tendono a slegare la comunità con la sua storia, le sue strutture, rendendo fragili anche le relazioni tra i cittadini. E’ necessario dunque un atto che sottintenda ad una più corretta visione di comunità e di futuro, riannodando quei legami col territorio e la sua storia, oggi ancorpiù determinanti in ogni progetto di sviluppo.
Ridare alla città portuale dunque il suo antico nome di Porto Santa Venere, non rappresenta solo un fatto dall’enorme valore simbolico, che riannoda il legame tra la storia del territorio e la sua comunità (che tra l’altro ancora oggi si riconosce nel suo antico nome), è un necessario atto riparatorio rispetto ad un inspiegabile e grossolano errore amministrativo, ma ancorpiù è un atto che consentirà di rilanciare la città costiera nella sua unicità di vera città portuale, dotata di una delle infrastrutture marittime più importanti della regione ed un centro urbano che se valorizzato come borgo marittimo, si inserirebbe tra i gioielli turistici della Costa degli Dei.
Sarà dunque un atto amministrativo determinante nel sostenere i settori collegati all'economia del mare con particolare riferimento alla nautica da diporto, cantieristico e ad turismo sostenibile inserito in un sistemo sinergico "mare ed entroterra" nonché alle attività ad esso collegate, attraverso azioni strategiche di integrazione settoriale ed innovazione finalizzate a sostenere i settori collegati all'economia del mare ed a favorire lo sviluppo di del suo vero ed imprescindibile “sistema culturale” attraverso investimenti nei beni culturali legati alla tradizione marittimo/marinara.
2010 (C) Antonio Montesanti

mercoledì 12 agosto 2009

"CAPVT VNIS EX XI MILLIBUS VIRGINUM"

La sensazione, quando si parla di Santa Venera, è sempre la stessa: sembra che non si racconti ai più di un culto cristiano ma di uno talmente antico e sconosciuto da rasentare il paganesimo.
Dinanzi ai "non lo sapevo" è spesso quasi inutile ricordarne la storia o i tanti luoghi del sud in cui è venerata da secoli.
Noi comunque non demordiamo ed un'ulteriore occasione per confermarne attestazioni nell'area vibonese ce la offre una inattesa quanto gradita, recente scoperta, che fremiamo dal condividere con voi. Si tiene in questi giorni a Tropea una interessante mostra su Lorenzo Albino, nel cuore del centro storico, allestita nel Palazzo Vescovile, dove ha sede il Museo Diocesano. Visitandola, inaspettatamente, ci si ritrova a percorre gran parte della storia devozionale della città, grazie all'ulteriore esposizione di opere lignee, argenti e quadri devozionali, provenienti dalle diverse chiese tropeane.
Tra le tante opere esposte è possibile farsi ammaliare - come è successo a noi - da un bellissimo busto reliquario attribuito ad uno scultore meridionale ignoto. Il busto rappresenta una Santa Martire dei primi anni del cristianesimo, è sapientemente intagliata nel legno, poi dipinto e dorato. L'opera emoziona per la sua bellezza, per i tratti del volto che, seppur dolci e morbidi comunicano tutta la forza della fede. Sul petto una nicchia a tutto tondo, scavata nel legno ed ornata, racchiudeva in antico una reliquia della santa, che probabilmente poteva essere inserita o tolta all'occorrenza grazie ad un sportelletto posto sul retro.
Secondo la didascalia dei curatori della mostra l'opera è datata alla prima metà del sec. XVII. La santa martire stringe tra le mani i simboli classici di primi martiri del cristianesimo, la palma e la bibbia. Che sia una martire lo conferma l'iscrizione posta al centro della sua base lignea, "CAPVT VNIS EX XI MILLIBUS VIRGINUM", vale a dire questo è "Il capo di una delle undicimila vergini". E' un'opera realizzata da un abile scultore perchè trasmette emozione con quella mano sinistra che, seppur reggente la palma, sembra indicare al fedele di porgere il suo sguardo benevolo verso la sacra reliquia.
Il busto della martire proviene dall' Ex Collegio dei Gesuiti di Tropea, e più precisamente nella Cappella di Sant'Anna. Ovviamente da oggi cerceremo di studiarne la storia, di seguirne le traccie storiche e documentali, forse anche spinti dalla suggestiva ipotesi che possa proprio trattarsi del busto di Santa Venere.
Averne rintracciato un busto a così poca distanza dalla nostra città è un segno importante per la ricerca sul culto di Santa Venera ed è un evidente segno che la tesi di una radicata venerazione lungo la nostra costa, per queste antiche martiri del cristianesimo, non è poi così peregrina.
Anche a Tropea, come da noi, il culto delle prime martiri del cristianesimo sembra essere obliato, scomparso. Nessun testo storico della città ne cita l'esistenza.
Le ragioni di ciò sono tutte da indagare, così come tutta da indagare è la scomparsa cultuale anche nella nostra comunità, ma la ricerca affascina e tutto lascia supporre che prima o poi se ne scopriranno le ragioni.
Nel frattempo, per quanti vogliano lasciarsi emozionare da questa nuova traccia, una visita alla mostra tropeana è d'obbligo!

giovedì 7 maggio 2009

SANTA VENERA RITORNERA' PRESTO TRA NOI!

Nell'ultima edizione della Fiera Nautica delle Calabriae, tra le tante cose interessanti che hanno attirato la curiosità dei visitatori, figurava a ben ragione la riproduzione su ceramica di Santa Venera.
Un grande pannello decorato e cotto a forno, realizzato da un artista che opera a Serra S. Bruno.
Avevo proposto ai soci della Consulta Portuale Santa Venere di sostenere in qualche modo il recupero di un antico culto, che ha condizionato così tanto il nostro territorio da diventarne uno storico toponimo.
Ebbene, con grande emozione, all'inaugurazione della Fiera, alla presenza delle autorità civili e religiose, è stata benedetta la sacra effige, fortemente voluta e "concretizzata" dalla Consulta.
Presto detto... presto fatto! Un miracolo! Tra l'altro l'opera è stata apprezzata tantissimo da quanti, scorgendola in lontananza, vi si accostavano nel tentativo di riconoscerne i segni del martirio, i colori, il viso.
Ora la bella opera artistica, che ritrae la Santa con alle spalle il nostro porto ed i nostri pescherecci, attende che venga scelto il posto migliore per la sua collocazione, affinchè venga riammirata e rivenerata da tutti. Ovviamente quando ciò accadrà ve ne daremo ampia informazione, perchè sarà certamente un giorno storico per una città dalla storia negata!
Per conoscere meglio la storia di Santa Venera, una delle prime martiri del cristianesimo, vi rimando ai post dedicati o vi invito a scaricarne una scheda di sintesi, che ne traccia la storia nel nostro territorio.
Per trovare il posto migliore ed idoneo in cui collocarla all'interno della nostra città potete anche inviarci il vostro suggerimento, che provvederemo a rigirare alla Consulta.
Una bella iniziativa davvero: Santa Venera ritornerà presto tra noi per sostenere, assieme alla nostra Madonna del Rosario, una comunità che cerca disperatamente un futuro migliore! E per quest'atto di così grande valore simbolico non possiamo che ringraziare tutti i soci della Consulta. GRAZIE!

mercoledì 10 settembre 2008

LA PRIMA VOLTA... DI VIBO MARINA!

No! Non abbiamo ancora rintracciato il primo atto amministrativo in cui, riferendosi specificatamente al borgo portuale, compare il nome Vibo Marina al posto di quello di S. Venere! Siamo riusciti, fino ad ora, a rintracciare soltanto la prima delibera comunale in cui viene utilizzato il termine "Vibo Marina". Il documento risale al 1931, quindi tre anni dopo il Regio Decreto con il quale il comune è autorizzato dal re ad adottare il nuovo nome di Vibo Valentia (8 Dicembre 1927); si tratta di una Delibera Podestariale (Scrugli) con la quale si compensa il lavoro svolto da cinque cantonieri comunali, per aver sparso del brecciame a circa 2 km dal centro urbano.
Il lavoro svolto a 2 km dal centro urbano, sia per la "qualifica" degli operai che per il materiale utilizzato (brecciame), riguardava sicuramente un ripristino stradale lungo la SS 18, più che opportuno dopo le pioggie invernali. Quell'utilizzo del termine Vibo Marina, oggi come ieri distante almeno altre 5 volte dalla distanza indicata in quella delibera dal centro montano, dimostra che ancora nel 1931 si usava dire, o scrivere, "Vibo Marina" per indicare l'area costiera nel suo complesso (cioè l'insieme dei paesi di Longobardi, S. Pietro, Porto S.Venere, Bivona e Longobardi; un pò come si fa oggi con il brutto e jellato termine "marinate"), interpretando in tal modo correttamente quanto stabilito dal Consiglio Comunale nella delibera di richiesta del cambio del nome di Monteleone, che indicava in "Vibo Valentia Marina" tutto il territorio costiero.
Ribadiamo: in nessuna delibera precedente a questa compare il termine "Vibo Marina" ed in questo caso, riferendolo correttamente all'area costiera, si abbreviava il ben più lungo termine "Vibo Valentia Marina".
Ma è bene trascrivere integralmente la delibera:

Progr. n. 124 - Oggetto: Pagamento trasferta Cantonieri Comunali
Pubbl. 09.04.31 - IX, n.38142 Div. 2/1
Visto si approva Catanzaro lì 29.04.931 IX - P. Il Prefetto F.to Aronica
Il Podestà

Vista la nota delle trasferte fatte dai cantonieri Comunali, Salimbeni Rosario, Mobilio Vincenzo, Salimbeni Domenico, Mobilio Giuseppe, e Lo Guarro Domenico il giorno 7 corr. per spargimento brecciame in Vibo Marina (II Km dal capoluogo)
Vista la liquidazione fatta dall'Uffico Ragioneria, secondo la quale le spettanze, con la decurtazione del 12%, per ciascuno sono di L. 19,80 ossia L. 99,00 complessivamente per tutti e cinque; Riconosciutane l'attendibilità; Delibera. F.to Scrugli e Aronica.
Il documento però... risulta interessante anche per un altro importantissimo aspetto: il confine comunale.
Indicando che già al secondo chilometro "dal capoluogo" si riteneva essere "localizzati" nell'area costiera legittima ulteriormente quanto da noi ribadito nella proposta di istituzione del comune di Porto Santa Venere, nella quale è posto il confine a monte del nostro nuovo comune in coincidenza del lungo il tratto ferroviario delle Calabro Lucane Pizzo-Vibo Valentia.
Quei 2 km dal centro di Vibo infatti ... corrispondono all'area in cui oggi è posto l'Hotel 501: già da lì quindi... possiamo sostanziare e rivendicare il nostro diritto di ritrovarci nel nuovo comune di Porto Santa Venere... come nel 1931, documenti alla mano, ci si trovava a Vibo Marina.
La nostra ricerca documentale comunque prosegue!
Troveremo mai l'atto amministrativo nel quale il borgo di Porto Santa Venere viene giuridicamente "spoliato" del suo antico nome?

mercoledì 4 giugno 2008

IL NOSTRO AMICO HA... NASO!

Beh! Non posso che ringraziare Roberto Naso per la bella ed efficace intervista pubblicata stamani su Calabria Ora.
Del "Nome Cancellato" ne abbiamo già ampiamente discusso nel nostro blog ma è ovvio che la valenza che assume l'argomento su un articolo di giornale è di ben altro impatto in/formativo. Qualcuno sarà saltato dalla sedia? Qualcun'altro ha imprecato per l'indebita rivelazione?
Altri ti ringrazieranno. Bene Roberto, continuiamo a scrivere altre pagine storiche per il futuro di Porto S. Venere.

mercoledì 2 aprile 2008

Porto Santa Venere: "Nomen est omen".


Una comunità senza storia, senza memoria, senza radici, senza nome.
Questo il risultato di ottanta anni di "dominio" vibonese. Neanche i Romani arrivarono a privare del loro nome i territori conquistati, che seguitarono a chiamarsi Gallia, Iberia, Elvetia, ecc.
"Nomina sunt omina", recita il motto latino:
i nomi sono auspici, auguri.
E per realizzare quanto é nei nostri auspici, la prima cosa da fare é quella di rivendicare il ripristino del nostro antico nome di Porto Santa Venere, ingiustamente e silenziosamente cancellato.

mercoledì 19 marzo 2008

PORTO SANTA VENERE ESISTE ANCORA! (3)

Qualcuno ha sottratto il nome alla nostra città? Beh! Sembrerebbe di si, ed anche alla luce di ulteriori verifiche d'archivio, riconfermiamo con decisione quanto esposto nei precedenti post.

Per dimostrare quanto fosse evidente in quegli anni ai più, anche amministrativamente, che con il termine “Marina di Vibo Valentia” si indicasse l’intero litorale comunale, mantenendo ben distinto il nome del borgo di S. Venere, riportiamo per intero una delibera emessa dal Podestà Scrugli (lo stesso Scrugli - badate - che da sindaco interpretò il volere del consiglio, avanzando la proposta al Re, nel 1927, per il cambio del nome in Vibo Valentia) datata 28 marzo 1931.

La delibera trae spunto da un atto valoroso compiuto da un giovane balilla di 10 anni, Malerba Antonio, che salvò la vita al giovanetto Greco Vittorio, tuffatosi in “acqua senza saper nuotare”. Un episodio minimo, ma pur sempre un gesto coraggioso e solidale, da evidenziare in una comunità che in quegli anni aveva necessità di rendere “visibili” e contaminanti i gesti “eroici”.
Ma trascriviamo la delibera per intero:

ASCVV - Del. n.109, del 28 marzo 1931 - Oggetto: Ricompesa al valoroso Malerba Antonio. Pubbl. 29-3-931

Tornata del 28 marzo 1931 a. IX
L'anno millenovecentotrentuno a IX del giorno 28 del mese di marzo in Vibo Valentia e nella residenza Municipale;
Il Podestà
Sig. Dott. Cav. Scrugli Lorenzo, nominato con R.D. 23-6-930 a. VII.
Assistito dal Segretario Sig. Ramondini Giuseppe.
Visto il rapporto del delegato Municipale della borgata di Porto S. Venere relativa all'azione generosa compiuta nelle acque di S. Venere dal Balilla Malerba Antonio di Camillo e Maria Riga nato a Porto S. Venere nel 1921 e dal quale di rileva che alle ore 11 del 1 giugno il Malerba si tuffava in mare tutto vestito per trarre in salvo il giovanetto Greco Vittorio di Giuseppe, il quale imprudentemente si era tuffato in acqua senza saper nuotare.
Ritenuto che l'atto generoso compiuto dal Malerba, per le circostanze in cui si è svolto merita una ricompensa.
Infatti il Malerba si trovò solo nel posto perchè la località poco frequentata ed ha un tra di 15 metri di mare profondo due metri
Delibera
che per l'azione compiuta dal Malerba, lo stesso deve essere proposto per una ricompensa.

La data e la descrizione della delibera sono importanti sia perché risultano estremi podestarili redatti a tre anni di distanza dal cambio del nome, epoca in cui è ben consolidato l’uso del nuovo toponimo, sia perchè altrettanto consolidato (nonchè contemporaneo) si rivela l'uso del toponimo S. Venere per il borgo costiero. Borgo di S. Venere nel quale, evidenziamo noi, si distingue anche la figura istituzionale del “Delegato Municipale della borgata”. D'altronde si ritene importante sottolineare che questa delibera del '31 è firmata dallo stesso amministratore che da sindaco tanto si spese per l'adozione del nuovo nome di Vibo Valentia, e che altrettanto volentieri si sarebbe speso per utilizzare il nome nuovo (Vibo Marina, per l'appunto) al borgo costiero, se - immaginiamo - fosse stato possibile.

Non so se i giovani protagonisti della vicenda siano ancora viventi (forse no, ma a scoprirlo possono aiutarci i nostri affezionati utenti del web) certamente però, per una strana ed inspiegabile bizzarria del caso, a loro non è sopravvissuto il nome della borgata natia, Porto S. Venere appunto.
Le ragioni sono tutte da scoprire, anche se non mi meraviglierei se queste fossero in qualche modo legate, anche soltanto cronologicamente, all'avvio della stagione delle grandi vendite demaniali per fini industriali, che tanta ricchezza hanno portato nelle casse del nuovo comune di Vibo Valentia.
Continuiamo le ricerche d’archivio?

lunedì 17 marzo 2008

PORTO SANTA VENERE ESISTE ANCORA! (2)



Ovviamente non siamo riusciti a resistere alla tentazione di un immediato tuffo negli archivi e così stamani ci ritroviamo dinanzi all'agognato Regio Decreto.
Va detto che il decreto nella sua esplicazione rituale non ci sorprende per nulla, anzi, conferma pienamente quanto da noi sostenuto già ad una prima lettura della delibera comunale del 23 febbraio 1927 , vale a dire che risulta falso storicamente asserire (così come si è sempre asserito) che il borgo Porto Santa Venere muta il suo nome a far data da quella delibera o dal Regio Decreto!


Prima di procedere oltre, magari con una prima analisi su quanto accaduto, è bene riportare integralmente il decreto:

Regio Decreto 8 Dicembre 1927, n. 2449
Autorizzazione al comune di Monteleone di Calabria a mutare la propria denominazione in quella di "Vibo Valentia"
(Pubblicato nella G. U. del 4 gennaio 1928, n.3)
Vittorio Emanuele III
Per grazia di Dio e per volontà della Nazione
Sulla proposta del Capo di Governo, Primo Ministro Segretario di Stato e Ministro Segretario di Stato per gli affari dell'interno;
Veduta la domanda con cui il commissario prefettizio per la temporanea amministrazione del comune di Monteleone di Calabria, in esecuzione della deliberazione 23 febbraio 1927 del Consiglio comunale, ha chiesto l'autorizzazione a mutare la denominazione del Comune stesso in "Vibo Valentia";
Veduto il parere favorevole espresso dal Consiglio provinciale di Catanzaro con deliberazione 16 settembre 1927;
Veduta la lettera 12 agosto 1927, n. 404485, del Ministero delle comunicazioni, Direzione generale delle poste e dei telegrafi;
Abbiamo decretato e decretiamo:
Il comune di Monteleone di Calabria è autorizzato a mutare la sua denominazione in "Vibo Valentia".
Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserito nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.
Dato a Roma, addì 8 dicembre 1927 . Anno VI
Vittorio Emanuele.
Mussolini.

Ricapitoliamo.
La delibera comunale del '27 dichiara senza alcun dubbio che "Marina di Vibo Valenzia sia chiamato tutto il litorale che si estende da Porto Salvo fino al limite di Porto S. Venere", esplicitando così un volere deliberante del consiglio tutt'altro che teso a mutare il nome al borgo portuale (così come a nessun altro dei borghi costieri), con un chiaro intento "descrittivo" teso a ribadire quello che sarà da intendere come il suo limite costiero, denominando "Marina di Vibo Valenzia" tutto il litorale compreso nei limiti del territorio comunale, vale a dire "da Porto Salvo fino al limite di Porto S. Venere".
Il Regio Decreto inoltre, come era da attendersi, non entra nel merito descrittivo espresso in delibera, autorizzando esclusivamente il cambio del nome del comune da Monteleone di Calabria a Vibo Valentia.
In estrema sintesi una nuova denominazione anche per il borgo di Porto Santa Venere:
  1. non venne richiesta dalla locale sezione Associazione Mutilati ed Invalidi di Guerra;
  2. non venne proposta nella sintesi della deliberazione messa ai voti;
  3. non venne deliberata dal consiglio;
  4. non venne decretata nel Regio Decreto dell'8 dicembre 1927.
C'è di più. Da una prima lettura delle delibere degli anni immediatamente successivi (1928-1930) non risulta alcuna deliberazione di presa d'atto del Regio Decreto (che in verità, seppur amministrativamente superflua, era simbolicamente utile ed atteso, visto il risalto propagandistico che si intendeva raggiungere con l'uso dell'antico nome romano), nè ancorpiù viene in quegli anni utilizzato nelle deliberazioni altro nome che Porto Santa Venere, nell'indicare il borgo marino del comune di Vibo Valentia!
Ma allora? A chi dobbiamo questa sorta di "damnatio memoriae" del nome della nostra città? Per scoprirlo non resta che ritornare al più presto nelle polverose stanze interrate dell'archivio comunale! Ed anche questo ulteriore approfondimento della ricerca si rivela interessantissimo...

sabato 15 marzo 2008

PORTO SANTA VENERE ESISTE ANCORA!

Spesso la ricerca storica trae vantaggio dai dubbi, e quelli che ci eravamo posti il 7 marzo scorso erano i seguenti:
La delibera del Consiglio Comunale del 23 febbraio 1927 (con la quale all'unanimità si propose al Re l'adozione del nome di Vibo Valentia)
1 – Conteneva esplicitamente nell’atto deliberativo il cambio del nome al borgo portuale?
2 - Se si, perché dei complessivi cinque borghi costieri, ieri come oggi noti con il nome di S. Pietro, Longobardi, Bivona e Portosalvo e Porto Santa Venere, venne cambiato solo quello di Porto Santa Venere?

Per sciogliere tali dubbi ci siamo recati all’Archivio Storico del Comune ed abbiamo rintracciato ed attentamente letto quella storica delibera. In essa viene trascritta integralmente la proposta avanzata dalla locale sezione dell’Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra, ed è descritto con toni enfatici “il generale concorso di ogni genere di cittadini presenti” con “plauso” nell’aula.
La proposta, riassunta nelle parole del Sindaco Scrugli, fu la seguente: “che la nostra Città assuma il nome di Vibo Valentia e tutto il litorale da Porto Salvo a Santa Venere quello di Marina di Vibo Valentia”; a discussione aperta “nessuno dei Consiglieri ha chiesto la parola” e fu immediatamente messa ai voti “per alzata e seduta”... e così tutti i Consiglieri “acclamando” si alzarono in piedi!
Riportiamo ora integralmente quanto scritto in Delibera:
fare istanza al Governo del Re perché sia autorizzata questa Città ad assumere il nome di Vibo Valenzia e Marina di Vibo Valenzia sia chiamato tutto il litorale che si estende da Porto Salvo fino al limite di Porto S. Venere”.
Ed ecco che prende corpo la vera sorpresa! Per nessuno dei borghi costieri è esplicitato un chiaro mutamento di nome, tant'è che Porto Salvo e Porto S. Venere vengono esclusivamente riportati quali “limiti” geografici della nuova “Marina di Vibo Valenzia”.

Come è nostro solito, pubblichiamo per intero l'importante deliberazione, dando così modo agli studiosi di "ricostruire" con più precisione la storia, agli amanti della storia di fare un tuffo nel passato e rivivere "lo spirito del tempo" ed ai nostri sostenitori di documentare la "colonizzazione" del proprio borgo. (basta cliccare con il tasto destro sull'immagine, o su questo link, e salvare sul proprio pc l'oggetto)

Ma ritorniamo alla nostra considerazione di partenza:
Se è ragionevole dedurre che con il termine “Marina di Vibo Valenzia” si sia voluto genericamente indicare l’intero litorale comunale (allo stesso modo con cui oggi si usa - malamente - indicare i paesi costieri con il termine "Marinate") è altrettanto ragionevole dedurre che al borgo portuale, al pari degli altri borghi, il suo storico nome non sia mai stato tolto o cambiato!

Questa ricerca si rivela più interessante del previsto!
Per prima cosa smentisce molti testi e autori che fanno risalire il cambio del nome di Porto Santa Venere alla stessa delibera con la quale la città scelse di trasformare il suo in Vibo Valentia.
Secondo potrebbe in sè, amministrativamente, creare i presupposti per un suo immediato riuso.
L'esito della prima "smentita storica" è di per sè scontato, mentre quello amministrativo ci riserviamo di verificarlo non appena reperito il Regio Decreto che autorizza l'uso del nuovo toponimo.

venerdì 7 marzo 2008

DA VIBO MARINA A PORTOSANTAVENERE E VICEVERSA!

Gli studiosi più accorti della storia vibonese ormai sono concordi nel ritenere il cambio di nome della città, da Monteleone a Vibo Valentia, come un puro atto di propaganda fascista.
Si deve alla corale richiesta della locale sezione dei Mutilati ed Invalidi di Guerra, agli inizi del 1927, di una riunione straordinaria del consiglio comunale, al fine di giungere al più presto l'abbandono del toponimo medievale di Monteleone e deliberare l'adozione del "supposto" nome – ricordo qui che la città romana coniò moneta solo con nominativo Valentia - della stessa città in epoca romana.

Il 23 febbraio 1927 il Consiglio Comunale si riunì ed all'unanimità votò per l'adozione del nome di Vibo Valentia.


Con tale atto il ceto politico vibonese imitò pedissequamente la tendenza del nuovo contesto culturale, infarcito di propaganda di regime, clima che indusse persino uno dei più convinti consiglieri socialisti dell'epoca, Damiano Borello, a pro­porre l'immediato invio di un telegramma a Benito Mussolini in cui si ribadiva come il nome “gloriosissimo Vibo Valentia, municipio Romano” fosse un “omaggio a Voi, Duce... ispirandovi alte idealità prisca grandezza Roma imperiale”. Il cambio di denominazione della città venne successivamente adottato a seguito del decreto governativo del 8 dicembre 1927, così il 19 gennaio 1928 la città venne riempita di manifestini utili a celebrarne l'evento.

Cercherò nei prossimi giorni di procurarmi copia di questa storica delibera e dei verbali di quella seduta, per tutta una serie di ragioni.
Oltre che per la curiosità di rileggere il clima storico dell’evento, credo sia opportuno verificare alcuni quesiti che mi assalgono:
il primo, ben più importante, è quello legato all’aspetto giuridico amministrativo, vale a dire verificare se, nell'atto deliberativo, vi sia un esplicito riferimento all’ulteriore cambio di nome del borgo portuale, da Portosantavenere a Vibo Valentia Marina;
il secondo quesito è legato alla motivazione: perchè, dei complessivi cinque borghi costieri (che comprendevano ieri come oggi anche S. Pietro, Longobardi, Bivona e Portosalvo) solo quello di Portosantavenere sopportò lo stesso triste destino di Monteleone?
Sarà mia cura informarvi degli esiti della ricerca: non è detto che questa non ci riservi importanti scoperte!

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