giovedì 10 gennaio 2008

MARINATE? NO, GRAZIE... PORTA MALE!



Da qualche tempo è diventato d'uso comune il temine "marinate" per indicare in maniera semplice e riassuntiva i centri dell'area costiera vibonese ed i suoi cittadini.
"La popolazione delle marinate" oppure "Nelle marinate..." sono espressioni usate ormai da tutti: politici, giornalisti, cittadini giovani o anziani.
Il comprensibile bisogno di riassumere in una sola parola tre o cinque centri urbani (Bivona, Portosalvo, Vibo Marina, S.Pietro e Longobardi) ha da qualche tempo partorito questa pratica ma balzana soluzione.
Questo piccolo espediente lessicale rinasce in epoca recente con una squadra di calcio locale, il "Marinate" appunto, squadra nata qualche anno prima dell'alluvione del 3 luglio 2006, tragico evento che segnerà indelebilmente il successo e la diffusione di questa aggettivazione nel gergo quotidiano.
Quel termine, Marinate, probabilmente rendeva visibilmente il concetto di una popolazione alluvionata, rimandando alla mente quegli alimenti messi nell’acqua salata a macerare.
Il realtà il termine è ben più antico, geograficamente e toponomasticamente localizzato nell'area prospiciente l'antico castello angioino di Bivona.
E' lì - e solo lì - che lo ritroviamo localizzato nelle cartografie dei primi anni del '900.
Perchè non ci piace questo termine? Non ci piace per ragioni storiche ed, ancor più, per ragioni scaramantiche.
Le Marinate, vale a dire un fazzoletto di terra oggi posto nel centro dell’area industriale di Portosalvo, si formarono dopo il disastroso terremoto del 1638, che provocò il progressivo insabbiamento del Castello. Una duna sabbiosa creò il laghetto salmastro del Maricello finchè l'area non s'insabbiò progressivamente e completamente, ricoprendo il fossato di difesa delle mura di cinta, sommergendo le strutture portuali medievali e le rovine di Vibona.
Quell'insabbiamento segnò la definitiva scomparsa dell'antico centro abitato.
Che quell’evento fosse storicamente una jattura lo rivelarono le bramosie dei Pignatelli, Duchi di Monteleone sin dal 1500.
Grazie a quell’insabbiamento i Pignatelli sottrassero l'area costiera all’Abazia di Mileto: giocando su un cavillo giuridico ed ovviamente sul loro potere (dichiarando quelle nuove terre “terre emerse” dal mare – contrariamente all’evidente insabiamento) le fecero rientrare tra le spettanze previste nei loro privilegi reali, divenendo in pratica espansione per la loro proprietà, nota come i “Giardini del Duca”.
Se non fosse che allora "i giardini" indicavano le coltivazioni di agrumi - e chi vi lavorava era uno schiavo senza diritto di salario alcuno (vi lavorava difatti per angheria) - il termine sembrerebbe richiamere quello ben più noto di “Giardino sul Mare” che distinse il vibonese nel marketing turistico regionale degli anni ’50 e ‘60.
Ancor più male portò agli “agitatori” del ’48. La possibile concessione a nuove industrie della località detta appunto “Marinate” – unica area sopravvissuta alle concessioni delle aree comunali fino ad allora fatte dal comune di Vibo Valentia - venne portata come esempio cardine delle capacità finanziarie della proposta sul nuovo comune di Porto S. Venere. Beh! Più che esempio cardine si rivelò una trappola. Il comune di Vibo – utilizzando la "tattica Pignatelli" - con un cavillo giuridico dimostrò che fin dal decennio francese (1806) quelle aree appartenevano a Triparni, e perciò stesso non rientravano nelle pertinenze del nuovo comune.
No! Marinate è proprio un termine da jettatura!
Non vorrei sbagliare – anche perché non seguo molto il calcio – ma se non ricordo male anche la squadra di calcio che porta quel nome o non esiste più o naviga in una categoria calcistica inferiore.
Se così fosse (chiederò ai più informati), le ragioni per toccare ferro scaramanticamente sarebbero confermate ulteriormente.

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