sabato 4 settembre 2010

CALABBRIA ...

E' un frammento che raccoglie il tutto... E' limite e soglia, il seme e la speranza, l'alba del giorno primo e l'orizzonte oltre il confine. E' l'essere che è capace di uscire dal palcoscenico. E' il coraggio di guardare oltre e di esplorare, senza pudore, il passato. E' futuro e non nostalgia, non retorica o ipocrita sociologia da salotto, dibattito... propaganda. E' capire l'essenza e non fede o fatalismo. Non è la fuga o la resa ma saper fare memoria senza strabismo. E' la dignità che delinea l'argine. E' libertà di pensare e dire che sfugge dal cliché. E' saper guardare dentro, nel profondo... senza sconto... Capire le radici, riscoprire i valori di quell'umanesimo che è stato il sale della terra, le fondamenta dell'eguaglianza e della civiltà. Ritrovare la cultura, la poesia, il pensiero, la bellezza come bene comune che è valore e non merce, che è condivisione e non barriera. Non è nascondersi dietro ad un altare o un simbolo. E' indipendenza e sogno, rabbia e amore, che possono ancora svegliare la coscienza, uscendo da ogni schema, da ogni copione, per ritrovarsi e correggere il solco della storia... spostare la vela per dirottare il vento dove il bene è più forte del male. E' responsabilità individuale e collettiva di un popolo, cioè dell'insieme di me e te. E' la consapevolezza che il futuro è nelle proprie mani e ci vuole forza per afferrarlo e costruirlo... con fatica da manovali... con le mani di chi può ritrovarsi se non vuole perdersi ancora, se non vuole solo sopravvivere ma vivere! E' l'ammissione che soli non siamo nulla e che la vita è l'insieme con gli altri... è oltre la siepe, il bosco, la montagna, il lago ed il mare.... oltre ogni muro o barricata... E' l'incontrarsi, senza timore, con ciò che eravamo o che erano... E' questa la civiltà che vincerà il tempo... perché non avrà cancello o limite! Solo nel ritrovarsi, guardando nel profondo di sé e dell'altro, fin dove si scorge la coscienza addormentata, e risvegliandola farne il cuneo per trafiggere il muro, bruciare la cortina, strappare la catena... salire per la via che guarisce e che fa liberi... vivi e liberi!




E qui di seguito il testo "Calàbbria" di Giusy Gullo...

"Calàbbria"di Giusy Gullo

Ultimamente si sente parlare di Calabria. Siete contenti, calabresi? Si parla della nostra terra, che fino a qualche anno fa esisteva solo nelle cartine geografiche, luogo in cui trovava la sua unica, totale e schietta definizione: la punta dello stivale. Punto. Ora invece no. Si parla di noi nei Tg, si parla di noi nei giornali, nei libri, si parla di noi durante una quantità di conferenze in tutta Italia.Calabria. Calàbbria in dialetto calabrese, Καλαβρία in greco. Terra scelta dai Greci per le loro colonie, così grandiose da guadagnarsi l'appellativo di Magna Grecia e così importanti da superare, in alcuni casi, la stessa madrepatria. E poi romani, bizantini, normanni. La bellezza, in tutte le sue forme. Ma il passato è passato e nutrirsi di ricordi, vivere su quel che è stato ma non è più, è tanto bello quanto controproducente. Ormai non si parla più da un pezzo di Calabria per narrarne lo splendore dei luoghi, della parte sana della nostra cultura, per narrare il calore delle nostre persone e della nostra terra che brucia, sì, ma per motivi diversi.
In Calabria ormai esiste una sola concezione. Non si vive per vivere. No. Si sopravvive e si finge di vivere. Fingiamo di vivere guardando e vivendo delle scene per le quali spesso ci indigniamo e che altrettanto spesso consideriamo "parte di noi" cercando di autoconvinverci che quella nostra recita, quel nostro prendere parte ad una rappresentazione teatrale (nella quale il ruolo che ricopriamo è quello di burattini, più o meno consapevolmente) sia la via da seguire, quella corretta. E lo pensiamo perché le nostre menti sono ristrette ad un'ottica che ci è stata imposta, delle definizioni che ci sono state date e in quanto tali ci appaiono scontate. Ma non sono scontante. E se soltanto un attimo fossimo in grado di mettere la testa fuori da quel palcoscenico, se riuscissimo a slegare i catenacci invisibili che ci hanno messo addosso, se riuscissimo solo per un momento a dare un'occhiata fuori dalla nostra gabbia, e da fuori guardare noi stessi mentre viviamo meccanicamente le nostre vite prestabilite e svolgiamo trame già scritte da altri per noi, ci troveremmo davanti ad un'immagine blasfema, volgare, offensiva. Un'offesa che ci viene fatta da altri e che ci rende a sua volta offensivi. Qui (fuori) si parla di Calabria quasi fossimo degli extraterrestri. "I Calabresi sono brave persone", dicono i più magnanimi. Come se qualcuno dovesse e potesse realmente giudicarci "dall'esterno", come "diversi". Come se fossimo qualcosa da guardare con occhiali differenti da quelli utilizzati per guardare al resto del mondo.Conterranei, non vi offende tutto ciò? Sì, offendiamoci. E nell'offenderci guardiamoci. Guardatevi, guardatemi. Io l'ho fatto. Mi sono guardata e vi ho guardato. Mi sono offesa ed ho provato a capire il motivo per cui tutto ciò avviene. E tutto ciò avviene, dal mio punto di vista perché il male, vogliamo o non vogliamo, esiste. Esiste ovunque. E ci sono alcuni posti in cui il male fa male. Soltanto. E poi altri posti, e uno di questi è la Calabria, in cui il male non soltanto fa male, ma ammala. Infetta. E noi, siamo infettati. Sopravvivenza è la parola chiave, sopravviviamo nell'infezione che dilaga. Siamo untori pieni di bubboni.Ora la questione è: è possibile guarire? Io credo di no. Non ora. Purtroppo, non dipende soltanto da noi. Però potremmo iniziare ad assumerci le nostre responsabilità e provare a smettere di recitare in quel teatro cercando di guardare le cose da un'altra prospettiva. Quella pulita. Quella giusta. Nella quale la cultura assume un ruolo fondamentale. Nella quale non è la sopravvivenza ad interessarci, ma la vita. E la vita è consapevolezza, amore, bellezza. Cosa c'è di tutto ciò, ora, da noi? La bellezza è avvelenata, l'amore troppo spesso taroccato, la consapevolezza è solo la maschera con cui il male si presenta ai nostri occhi. La nostra consapevolezza è una consapevolezza falsata. La verità e i valori da noi sono completamente stravolti. E non è soltanto colpa della maggior parte dei media che ci manipolano dalla testa ai piedi. La loro colpa non è di creare il male, ma di mantenerlo. Un habitus malato, il nostro, che si mantiene nell'ignoranza, nell'acquiescenza, nell'assuefazione. Ciò che è abituale coincide con "normale" quindi tutto ci par essere, appunto, normale. Una normalità anomala che va tagliata alla radice.E non sono io chi sradicherà quest'albero contaminato. Non da sola, perlomeno. Perché l'azione di uno (o di pochi) si perde (se va bene) tra le risa della gente. Sono più furbi di noi, loro. Dobbiamo capirlo. E' il primo passo, ammettere la forza mentale e materiale di certa gente rispetto a noi. Che non siamo cattivi, siamo solo malati. Innocentemente e ingenuamente malati.
Anni fa, avevo 11 anni. Ero andata a mangiare una pizza in un posto vicino casa mia con tre amici, i miei migliori amici d'infanzia. Mangiata la pizza, siamo andati fuori dal locale a giocare. Si sono avvicinati tre ragazzi che conoscevo perché erano vicini di casa. Loro avevano sui 15 anni e io, bambina, li vedevo "grandi". Hanno iniziato a prendere a schiaffi i miei amici. Dietro il collo. A voler marcare il territorio, a avvertirli che lì comandavano loro. Solite scenate da bulletti insomma. Non mi hanno sfiorato, ma tremavo. Poco dopo è arrivato il proprietario. Conoscevo anche lui perché andavamo spesso lì ed era sempre gentile con noi. Un anziano signore dal viso segnato e le mani rozze. Ha visto la scena, si è avvicinato e ha fatto sedere i tre ragazzi su una panchina lì accanto al locale, mentre io con occhi terrorizzati continuavo ad osservare. Ha dato tre schiaffi a ciascuno di loro, a giro. Dicendogli in dialetto di non permettersi mai più di toccarci, perché noi eravamo a "casa" sua. Uno dei tre, il più in carne, col viso rosso piangeva e lo pregava di smettere. Ha smesso e i ragazzi ci hanno chiesto scusa. "Giocavano".Io cos'ho pensato? Ho pensato che quel signore fosse un eroe. Superman, o qualcosa di simile. Quel signore che qualche anno dopo hanno ucciso a duecento metri da casa mia. Quel signore che non so chi fosse, ma certo, e lo so per certo, non era un eroe. I tre ragazzi oggi? Uno in galera, uno morto ammazzato a 23 anni, l'altro, non ne ho più saputo niente.Ecco. Quegli occhi di me bambina quel giorno, sono gli occhi con cui molta (molta, non tutta) Calabria oggi è costretta, nello stesso modo in cui lo ero io a quel tempo, a guardare al male. Quel male, in quel contesto, è l'unico bene possibile. E' accoglienza e protezione. E' tranquillità e ordine. Ecco, dunque, l'idea generale: che volere di più?

estratto da:
http://www.casadellalegalita.org

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