mercoledì 29 dicembre 2010

LA REGOLA E' LA PAURA: GUARDA LA VIGNA ... MEGLIO DELLA SIPALA!

Riportiamo integralmente l'articolo di Saviano pubblicato oggi sul suo sito e su Repubblica:


"Gli ani­mali che scon­fi­nano e man­giano l’orto e rov­inano la colti­vazione. Alberi tagliati senza per­me­sso com­pro­met­tendo la frutta. I con­fini della terra con­tin­u­a­mente manomessi, e poi in piazza non ci si saluta e si sentono gli sfottò arrivare dietro la schiena. Anzi, un giorno dopo una dis­cus­sione pren­dersi uno schi­affo in pieno viso. Questo è suf­fi­ciente per far decidere a Filan­dari in provin­cia di Vibo Valen­tia di con­dannare a morte. Ercole Van­geli e — sec­ondo quanto sta emer­gendo dalle indagini — alcuni suoi par­enti, non vogliono più che i vicini gli fregh­ino la terra, non vogliono più che li pren­dano in giro in paese dicendo a tutti che loro, i Fontana, fanno quello che vogliono e i vicini, i Van­geli, sono dei mis­er­abili che devono obbe­dire. Non vogliono più vedere gli zoc­coli delle bestie dei Fontana rov­inare le loro col­ture. Né vogliono vedere i loro noc­ciòli e gli ulivi estir­pati per allargare le colti­vazioni dei Fontana. Vogliono vendicarsi.
Aspet­tano i vicini della loro masse­ria. Li atten­dono per strada. Tutti gli uomini della famiglia Fontana stanno entrando nel fur­gone quando Van­geli si piazza davanti al cofano e vuole ammaz­zarli pro­prio lì, tutti insieme, tutti in auto. Non hanno ancora chiuso le porte dell’auto quando si cat­a­pul­tano fuori, ma Van­geli inizia a sparare sul capo­famiglia Domenico Fontana e su suo figlio Pietro 36 anni e Gio­vanni di 19 anni. Muoiono subito. Altri due figli, Pasquale di 37 anni e Emilio di 32, iniziano a cor­rere e si nascon­dono nel capan­none, ma i Van­geli li rag­giun­gono e li finis­cono. Mirano sicuri, al petto alle gambe e alla fac­cia. Sparano con due pis­tole, una nove mil­limetri e una 7.65. Ver­ranno rin­venuti più di trenta colpi. Hanno scar­i­cato addosso ai Fontana tutti i car­i­ca­tori che ave­vano por­tato. Una strage.
Può esser sem­plice e potrebbe anche essere suf­fi­ciente dire che è solo una fero­cia bar­bar­ica gen­er­ata da arretratezza medievale pro­fonda igno­ranza e assenza di Stato, ossia impos­si­bil­ità di credere che con il diritto tu possa ottenere una qualche forma di gius­tizia. Ma tutto questo sarebbe solo uno sguardo super­fi­ciale che certo potrebbe esser suf­fi­ciente se si vuol presto liq­uidare questa sto­ria. Ma questa non è una strage det­tata sem­plice­mente dal rap­tus di pae­sani che vivono in terre del Sud dove ci sono più pis­tole che forchette.
Non è così sem­plice. Sono stragi della regola. Bar­barie certo, ma che si fon­dono su mec­ca­n­ismi asso­lu­ta­mente dis­ci­plinati dalle regole eterne di queste terre. Quando il procu­ra­tore di Vibo Valen­tia dichiara “non è una strage di mafia, è peg­gio”, quel “peg­gio” sta a indi­care che non siamo di fronte a dinamiche mil­i­tari di due clan con regole di sangue. Sono dinamiche cul­tur­ali, quella regola non è una regola di mafia, è una regola e basta. La regola appunto, qual­cosa di diverso dalle stragi della depres­sione e dall’isteria del Nord. O quan­tomeno qual­cosa che anche se nasce come rap­tus si ali­menta di una prassi. Se toc­chi la roba mia sei morto. Atavica, perenne, inamovi­bile, eterna. Una regola. Regole assunte come modi di vivere, come mec­ca­n­ismi per stare al mondo. E queste regole sono la forza di cui si ali­men­tano le con­sor­terie impren­di­to­ri­ali più forti d’Italia ossia ‘ndrangheta, camorra e Cosa nos­tra. La regola esiste in paese, non in città. Il ban­dito Sal­va­tore Giu­liano diceva “in città scivolo”. Come dire che sulla terra il piede è saldo, sull’asfalto delle città com­p­lesse che dis­trag­gono e dove non ci si conosce e ci si con­fonde, si rischia di sbagliare. E sbagliare sig­nifica vivere senza regola. L’Italia infatti è coman­data dai paesi, non certo dalle città. È nei paesi che le regole ven­gono scritte e gestite. Platì, Casal di Principe, Africo, Cor­leone, Cas­ape­senna, Natile di Careri e la lista dei paesi che dirigono gran parte dei cap­i­tali ital­iani è assai lunga. In questi luoghi cresci e ti formi, sia che tu prenda la strada della crim­i­nal­ità sia quella dura del lavoro in una terra senza lavoro, insomma, cresci con la certezza che il primo bene è la terra. Case, bestie, cemento, alberi. Il resto, le auto, i soldi investiti e le banche, non sono la radice delle cose. La roba è la roba che passerà al tuo sangue e che tu hai avuto dal tuo sangue. Il con­fine della terra è il con­fine del tuo corpo. Guardare negli occhi è già super­are quel confine.
Quando ero ragazz­ino e mi presi il primo mazz­i­a­tone di calci e pugni per­ché avevo guardato negli occhi tal Ciruzzo Romano, un ragazz­ino delle mie parti, per­ché “m’hai guardato” mi dis­sero subito con fare stupito: “Non guardare negli occhi, che gli occhi sono ter­ri­to­rio, quindi pen­saci bene se in quel ter­ri­to­rio ci puoi entrare”. Rubare un mog­gio di terra è come toc­care un figlio, tagliare un albero è come rapire, venire a farti man­giare le colti­vazioni dalle bestie è come sputarti in fac­cia. La regola è chiara. Non toc­care la roba. Vivere per pren­dere roba. Van­geli, l’uomo della strage ha sua figlia iscritta all’Università che stu­dia legge, una vita solita, e un’assoluta con­sapev­olezza di quello che stava facendo. Del resto, nel 2008 e sem­pre in provin­cia di Vibo Valen­tia, in una frazione di Bri­atico, Vin­cenzo Grasso aveva ammaz­zato a pal­let­toni due suoi cug­ini per­ché sec­ondo lui gli fre­ga­vano la terra trat­tan­dolo come un fesso. “Se vivo ti ammazzo, se muoio ti per­dono”, è un ada­gio che chi è cresci­uto in questi paesi, dalla Locride alla Barba­gia pas­sando per l’Aversano, ha sen­tito decine di volte pro­nun­ciare durante le lit­i­gate per i con­fini o negli sgarri famil­iari.

Il con­testo non è affatto la mis­e­ria con­tad­ina, la soli­tu­dine e l’analfabetismo. Sti­amo par­lando di un episo­dio accaduto in provin­cia di Vibo Valen­tia, un ter­ri­to­rio ege­mo­niz­zato da un clan spi­etato, dis­ci­plinato, ric­chissimo e inter­nazionale. Il clan Man­cuso. Giuseppe Lumia con molta chiarezza l’aveva definito la prima con­sor­te­ria crim­i­nale per potenza eco­nom­ica d’Europa. Investe soprat­tutto in Lom­bar­dia, nel cemento, nella dis­tribuzione di cibo e di ben­z­ina, nella ges­tione degli appalti, nel nar­co­traf­fico, nel con­dizion­a­mento delle ammin­is­trazioni comu­nali e nel seg­mento san­i­tario di Monza, Novara e nei Comuni di Gius­sano, Seregno, Ver­ano Bri­anza e Mar­i­ano Comense.
Nel paese della strage, Filan­dari. C’è una loro cos­tola, la ‘ndrina dei Sori­ano che ege­mo­nizza tutto quanto accade, impone dazi sui lavori alla Salerno-Reggio Cal­abria e su ogni camion che passa per il loro ter­ri­to­rio. Leone Sori­ano, il boss di Filan­dari, vol­eva che gli fosse ceduta qual­si­asi attiv­ità impren­di­to­ri­ale di suc­cesso. Da pro­pri­etario diven­tavi dipen­dente. Le ‘ndrine del ter­ri­to­rio inve­stono molto nella cal­abre­sella, la mar­i­juana cal­abrese che è con­sid­er­ata la mar­i­juana di mag­gior qual­ità sul piano inter­nazionale, preziosa e più cos­tosa rispetto alle altre ma molto più forte e molto più dif­fi­cile da colti­vare rispetto alla Skunk e alla White Widow (che ha vinto la Cannabis Cup, pur essendo di qual­ità infe­ri­ore alla cal­abre­sella) e il cui traf­fico è ege­mo­niz­zato dalla ‘ndrangheta. Due dei ragazzi Fontana ammaz­zati nella strage erano stati arrestati per estor­sione e inves­ti­vano in cal­abre­sella. E’ un ter­ri­to­rio, quindi, che gra­zie alla mar­i­juana e al traf­fico di coca è diven­tato molto ricco. Ric­chissimo. Anche Francesco Leonardo Brasca, sin­daco negli anni ’90 di Vibo Valen­tia ed inseg­nante, nel set­tem­bre scorso è stato arrestato dai cara­binieri per­ché in un castag­neto aveva una pianta­gione di cal­abre­sella. Quale arretratezza in un luogo dove, attra­verso il nar­co­traf­fico, arrivano mil­ioni e mil­ioni di euro? Sta qui il nodo. Il mas­simo grado della tradizione della regola arcaica unito al mas­simo grado dell’evoluzione eco­nom­ica. Web, mer­cato, finanza, droga, ma solo se tutto questo viene gov­er­nato dalle regole ataviche della roba, dello sguardo basso, dei mat­ri­moni com­bi­nati, della verginità, delle regole di sangue. Il mondo lo comandi se sai vivere con queste regole anche quando le regole ti por­tano a svan­taggi e alla galera per nequizie. E’ la regola, se subisci hai perso, diventi nulla meno che nulla, nulla mis­chi­ato con niente, verme, bruco, topo, sottoterra.
Questa è la ver­ità dram­mat­ica di questa strage che se viene ascritta solo ad un feroce rap­tus in terra bar­bar­ica non servirà nem­meno a far capire come una parte del paese vive ed ege­mo­nizza. Mi sono sem­pre chiesto com’era pos­si­bile che nei posti dove sono nato e in quelli dove il mio mestiere mi ha por­tato venisse ucciso un uomo come Anto­nio Magli­ulo solo per­ché aveva corteggiato una ragazz­ina e lui era un uomo sposato e la ragazz­ina la nipote di un boss. Come era pos­si­bile che il clan fosse dis­posto a pren­dersi ergas­toli per­ché un boss uccideva un suo com­pae­sano a Mon­drag­one negli anni ’90 solo per­ché non gli aveva regalato il maiale per Natale? Com’è pos­si­bile che una delle faide più feroci della sto­ria ital­iana, quella a San Luca d’Aspromonte tra i Nirta-Strangio e i Pelle-Vottari. trovi come orig­ine il 10 feb­braio 1991 in un gesto all’apparenza futile? Quando un gruppo di ragazzi legati ai Nirta, detti “Versu”, nei giorni di carnevale lan­cia­rono uova con­tro il cir­colo ricre­ativo Arci gestito allora da Domenico Pelle, uno dei “Gam­bazza”, sporcando anche l’auto di uno dei Vot­tari.

E’ pos­si­bile per­ché questi com­por­ta­menti ren­dono le loro regole indero­ga­bili, le raf­forzano pro­prio nella prat­ica quo­tid­i­ana, pro­prio quando sem­brano super­flue. Le ‘ndrine di Vibo Valen­tia hanno per prime cre­ato un legame con le orga­niz­zazioni criminal-imprenditrici cinesi. A Monza le ‘ndrine di Vibo ven­gono coin­volte nella sto­ria del Mul­ti­sala delle mer­av­iglie, che avrebbe dovuto portare nel Parco del Grug­no­torto 180mila metri qua­drati di spazio verde con laghetto, piste ciclo-pedonali, piantu­mazione, 130 nuovi posti di lavoro, inter­net cafè, bib­lioteche mul­ti­me­di­ali, sale con­vegno, teatro. Il mul­ti­sala, inau­gu­rato nel 2005 da Cristina D’Avena, era rimasto vuoto ed era stato ceduto dopo pochi mesi a Song Zichai, per trasfor­marlo nel Cinamer­cato, il più grande cen­tro com­mer­ciale di merce cinese del Nord Italia, con 280 mini negozi, scuola italo-cinese, palestra di kung fu, alloggi per le famiglie cinesi che ci avreb­bero lavo­rato. Invece è stato dichiarato il fal­li­mento e tutto si è fer­mato. Per real­iz­zare l’acquisto dell’immobile, del val­ore di oltre 40 mil­ioni di euro, sono stati presi con­tatti con espo­nenti della cosca Mancuso.
Com’è pos­si­bile che nel ter­ri­to­rio dove avven­gono patti inter­nazion­ali e joint ven­ture con i cinesi, dove pas­sano cap­i­tali inter­nazion­ali e da dove ven­gono gestite persino le province lom­barde, ci si ammazzi per con­fini di terra, per­ché sono stati tagliati ulivi o le capre hanno calpes­tato i pomodori? La coraz­zata (im)morale delle mafie ital­iane si fonda su questa cul­tura. Cul­tura che ha por­tato alla strage di Filan­dari. Chi si avvic­ina a te sa che esiste una regola, chi affili sa che esiste una regola. E questa regola è la vendetta, la punizione. Sem­plice.

Sai cosa puoi fare, sai cosa non puoi fare. Non c’è altra inter­pre­tazione. Chi comanda può dare altre regole, ren­derne alcune meno severe ma non può cam­biarle. Al mas­simo aggiungerne.
E sono la terra, gli ulivi, i noci, i limoni, le pecore, le capre e le vac­che o le bufale, i cav­alli e il grano, la masse­ria. L’elemento primo e sicuro. L’olio, il pane e i pomodori. I molti nipoti e le galline. La moglie che ti sposi vergine (le amanti poi le prendi al Nord o all’Est) e il fatto che al paese tutti ti salu­tano, al ris­torante ti ser­vono per primo anche se arrivi ultimo, il parcheg­gio ti viene las­ci­ato se arrivi in una zona dove tutto è occu­pato. Per­ché tutti gli imperi di cap­i­tali finanziari, di banche e ris­toranti, di coca e usura, di mar­juana e racket, di polit­ica e palazzi, tutto questo si regge sulla regola. E quella regola la con­fermi e difendi se al tuo paese esiste e vive. Per­ché se anche sei un boss ed investi a New York nella ricostruzione delle torri gemelle, tutto questo lo puoi fare pro­prio per­ché quando entri dal bar­bi­ere, qual­si­asi cliente si alza e ti fa sedere. “L’impero sulla terra sta” sulla roba e sulla regola. Quei trenta colpi di pis­tola, purtroppo sono molto peg­gio di una bar­barie, sono frutto di un mec­ca­n­ismo a cui obbe­disce chi in questo momento investe, vince e gestisce gran parte di questo nos­tro bel­lis­simo e dan­nato paese.


©2010 Roberto Saviano Agen­zia Santachiara
Pubblicato il: 29 dicembre 2010 da:
redazione

domenica 26 dicembre 2010

QUANDO LA CITTA' ERA ... UNA CARTOLINA!

Splendido libro quello di Antonio Manco, che dire. “La cartolina. Monteleone – Porto Santa Venere, Vibo Valentia - Vibo Valentia Marina Testimonianze del Novecento”.

Attraverso questa raccolta di cartoline viaggiate e non, si percorrono due secoli, due monarchie, una in macerie e già cancellata da qualche decennio, quella dei Borbone delle Due Sicilie, un’altra in auge ma destinata a perire per contrappasso della storia, quella dei Savoia. C’è la dittatura fascista, regime d’operetta e cartapesta, ed una repubblica nata sulle speranze e agonizzante poi nell’inganno. Non si trovano in questa raccolta, grazie a Dio, le moderne vedute, quelle dove non si trovano più gli antichi declivi, i giardini, le colline, gli alberi, le spiagge, le belle facciate dei palazzi ed alcuni vicoli, i basolati, le antiche illuminazioni. Non ci sono le cartoline vista tangenziale indicata dai cartelli stradali ma mai aperta perché costruita sulle sabbie mobili. Non c’è l’ospedale nuovo panoramicissimo non costruito con fior fiore di mazzette, passate, presenti e future. Non ci sono i quartieri nuovi senza un negozio, una chiesa, un bar, un giardinetto dove portare il proprio bambino a giocare o il cane a pisciare. Ci sono però cartoline che hanno immortalato epoche e momenti di vita della nostra comunità, comunità devastata da cataclismi naturali, il terremoto del 1905, e umani, una classe dirigente inadeguata che ne ha determinato lo scempio e la distruzione di quanto di bello ci fosse e non c’è più. Del “Giardino sul Mare” è rimasto solo lo slogan pubblicitario. Cartoline che testimoniano la perdita del nome da parte di Porto Santa Venere trasformato senza alcun atto amministrativo in quello di Vibo Marina. Perse anche le persone, le barche, le reti stese ad asciugare, persi gli antichi mestieri, le arti e tutto quanto era frutto del sudore e del sacrificio. Appare arduo ritrovare alcuni scorci, facciate di palazzi o l’antico Teatro Comunale, detto il piccolo San Carlo per la sua acustica perfetta. Su qualche facciata si intravedono i faccioni di Mussolini e le scritte inneggianti al duce e al regime. Il teatro non c’è più, ed oggi in un capoluogo immiserito e triste ci si accapiglia su dove costruirne uno nuovo. Che miseria. In qualche cartolina appaiono uomini eleganti con bastone e paglietta, donne nei costumi tipici e bambini sulla spiaggia sotto ombrelloni colorati. Dov’è tutta questa gente, che fine ha fatto, cosa ha fatto per il nostro paese, com’è vissuta, dov’è andata, chissà cos’è diventata e ora non è più. Inclemenza dell’anagrafe e del tempo. Amarezza e gioia sfogliando le pagine di questo libro, amarezza per un’epoca in cui si guardava al futuro con speranza, e noi, che siamo quel futuro che anelavano i nostri antenati, ci rendiamo conto che qualcosa forse non è andato come doveva andare. Viviamo il futuro guardando un passato che pur non essendo stato esaltante, pur nella pochezza di mezzi e risorse, aveva ideali, coraggio, voglia di fare. C’era l’entusiasmo del vivere e del realizzare, la forza nel credere nelle idee e la consapevolezza della certezza del progresso. L’eleganza dei palazzi pur nella modestia dei materiali. Oggi tutto è cambiato. I nostri padri sicuramente non avrebbero approvato o forse neanche immaginato una Vibo com’è quella di oggi. Disordinata, sporca, maleducata, cresciuta a dismisura senza regole morali ed estetiche. Nelle vecchie cartoline tutto è ordinato, pulito. Oggi sarebbe difficile scattare una foto non includendovi un sacco della spazzatura, cartacce o altri rifiuti abbandonati o qualche SUV sul marciapiedi o qualche insegna al neon su una facciata ottocentesca. Facciate violentate dalla sventura e dall’ignoranza, antichi infissi in legno hanno lasciato il posto a volgare alluminio anodizzato, nuovi balconi a devastare rigore e stile. Sfogliare questo libro è come aprire un cassetto e trovarvi dentro le foto dei nonni, dei bisnonni, dei propri genitori o di noi stessi, quando eravamo giovani, sani, belli, magari con tanti capelli e pure magri. Oggi, facendo il confronto tra la Vibo che fu e quella che è, siamo di fronte ad un anziano decaduto nel corpo e nella mente, dove i nipoti scappano per un futuro migliore in altri luoghi ed altre terre, recidendo radici, sogni e speranze di una rinascita che stenta a trovare humus, contadino e bastone adatto a dargli una crescita dritta e rigogliosa. La fascetta con il Patrocinio di Comune e Provincia di Vibo Valentia non importa se solo morale o anche pecuniario. Non vale né il primo, né il secondo. È un ulteriore arrogante e vergognoso limite dei nostri piccoli amministratori. Segno di un declino inarrestabile, controsenso quasi volgare poiché la memoria non la si tutela solo con un libro, per quanto nobile e utile. La memoria si tutela, giusto per fare un esempio, salvando magari le barche logorate dalle intemperie fuori dalla Tonnara di Bivona. Quelle barche che hanno scritto la storia della marineria calabrese, bagnate di sangue di tonni e sudore di pescatori, quelle barche che hanno sfidato i flutti del mare ma sono invece affondate sulla terraferma, nella procella dell’ignoranza dell’amministrazione comunale vibonese. Barche che noi non vedremo più in un museo, ma forse in una prossima pubblicazione di un altro romantico Antonio Manco, magari tra 100 anni. Ed i nostri discendenti si chiederanno come noi oggi che fine abbiano fatto quelle barche, che fine abbia fatto la nostra memoria.

Roberto Maria Naso

mercoledì 22 dicembre 2010

CDR E PFU? RIFIUTIAMO!


Sembra che in tutto il Sud d'Italia sia iniziata una vera e propria campagna per bruciare CDR e PFU nei cementifici!

La proposta è addirittura messa nero su bianco nel Piano industriale per la Gestione dei Rifiuti della Provincia per il triennio 2010 - 2013. Nell'impianto della Italcementi dovrebbero finire le ecoballe preparate nel tritovagliatore di Battipaglia. Diminuiscono inoltre le garanzie per scongiurare che nei cementifici vengano bruciati ecoballe di CDR con rifiuti 'tal quale' anzichè ecoballe di "Cdr" selezionato o "Cdr-Q".

Per dire NO all'uso del CDR come combustibile nei cementifici basterebbe considerare che la legislazione USA obbliga i cementieri ad indicare sul contenitore se il cemento prodotto contenga polveri o derivi dallo smaltimento di rifiuti. Ovviamente il crollo delle vendite di sacchi di cemento con tale specificazione testimonia la diffidenza del mercato. Ma da noi nessun sacco di cemento contiene tali indicazioni!

Il Combustibile Derivato dai Rifiuti (CDR) è un combustibile solido triturato secco ottenuto dal trattamento dei rifiuti solidi urbani, raccolto generalmente in blocchi cilindrici denominati ecoballe. Il CDR viene utilizzato per l'incenerimento in appositi impianti inceneritori, che essendo dotati di sistemi di recupero dell'energia prodotta dalla combustione producono elettricità o, assieme, elettricità e calore (cogenerazione). Il CDR può essere bruciato anche in forni industriali di diverso genere non specificamente progettati a questo scopo, come quelli dei cementifici, per i quali può essere un combustibile economicamente vantaggioso.

Il 22 dicembre 2008 l'Italia è stata condannata dall'Unione europea, perché il CDR (anche il CDR-Q, la qualità migliore) va considerato non nuovo prodotto ma rifiuto, e deve quindi sottostare alle norme di sicurezza relative.

giovedì 16 dicembre 2010

RIPETIZIONI ...

Lo avevamo detto un anno fa ... e piuttosto che ripeterlo preferiamo farvi leggere nuovamente ... quello che sommessamente dicevamo sul CDR e il PFU da "vendere" alla nostra cementeria. Niente è più attuale di quelle riflessioni!
La sensazione è che ci si trovi dinanzi ad una decisione già presa ai vertici, tra Commissario all'Emergenza Rifiuti della Calabria e Dirigenza Italcementi, con la Provincia che recita un ruolo di comparsa ratificante ed il Sindaco che non dice una parola. Noi invece insisteremo (vedi articolo de ilQuotidiano) (vedi articolo di Calabriaora) finchè resterà un barlume di speranza col dire che consentire all'Italcementi di bruciare rifiuti, pneumatici usati e petcoke è una scellerata follia!


• Innanzitutto perché lo stabilimento produttivo dell'Italcementi è posto nel centro dell’area urbana costiera: la fabbrica di fatto oggi è a 1.300 metri dalla Chiesa di Longobardi, 1.270 metri dalla Chiesa Nuova di Vibo Marina, 890 metri dalla Chiesa di Bivona e 600 metri dalla Chiesa di S. Pietro. Usiamo le distanze dalle chiese, perché meglio rappresentano il centro urbano di una comunità!Ma, ancor più, l'impianto che dovrebbe produrre cemento alla diossina è posto a 1.600 metri dalla Guardia di Finanza; 1.240 metri dalla Capitaneria di Porto; 620 metri dai Carabinieri; è inoltre a 1.180 metri dalla Scuola Media ed a soli 590 metri dalla Scuola Elementare di Bivona!Se aggiungessimo il dato sui quartieri scopriremmo che l'Italcementi è 700 metri dalle Cooperative, 600 metri da Bivona, 450 metri dal Pennello!Questi dati reali, visibili e verificabili, rivelano una realtà urbana ed una comunità di 10.000 abitanti (anche volendo trascurare l’impatto sulla salute della città di Vibo) del tutto taciuta nella Relazione SIA presentata agli Enti locali.

• Ancora oggi non conosciamo gli esiti sulla nostra salute del petcoke utilizzato dal 2005 dalla fabbrica come combustibile, ed il fatto che l’azienda non abbia esercitato alcun atto prescrittorio a tutela della salute pubblica rispetto alle aziende esterne che ruotano intorno al ciclo del petcoke, (ricordiamo che il deposito del suo combustibile è stato recentemente sequestrato per violazione delle norme ambientali) dimostra come siano sempre possibili pratiche deresponsabilizzanti in grado di mettere a rischio un intero territorio.

• I cementifici non sono regolati dalle stesse norme che regolano gli inceneritori, sia a tutela della salute che nel processo d’incenerimento; difatti i controlli sulle emissioni in atmosfera sono molto rozzi, effettuati in punti dove le temperature sono più alte di quelle alle quali si formano le diossine, tra l’altro sono troppi i punti di emissioni tramite i quali è facile “dirottare” parte delle emissioni in punti in cui la normativa non obbliga ad avere sistemi di monitoraggio.• Spesso gli operatori dei cementifici ri-immettono le ceneri volatili nei forni, ciò significa che i metalli tossici possono prendere solo due strade: l’ARIA o il CEMENTO. Se il cementificio brucia rifiuti contenenti cloro, bromo o fluoro, si formano composti molto pericolosi, tra cui DIOSSINE e FURANI.

• Il cementificio produce enormi quantità di polveri dalla macinazione del clinker. E’ scientificamente provato che per 1 kg di clinker prodotto nei cementifici che non utilizzano rifiuti come combustibili si produce 24,34 nanogrammi di Diossina, invece nei cementifici che usano rifiuti si può emettere Diossine 80 volte in più rispetto all’utilizzo dei combustibili fossili usuali. Non va taciuto che riutilizzando le ceneri di rifiuto nel clinker, il cemento e le polveri conterranno sostanze tossiche, tra cui metalli, e in alcuni casi diossine e furani. Anche durante la produzione queste polveri si spargono ovunque, sui lavoratori, sulle strade, sulle proprietà e sui terreni limitrofi e sui campi coltivati.

• Le polveri di cemento sono molto dannose e producono problemi alle vie respiratore ai lavoratori dei cementifici provocate in particolare dai cromati solubili presenti nel cemento. L’arricchimento di tali polveri in altri contaminanti è tale che le polveri sono da considerarsi rifiuti tossico-nocivi. Studi su lavoratori del cemento esposti a polveri con metalli pesanti e diossine dovuti alla combustione di rifiuti in cementifici hanno evidenziato incrementi in patologie asmatiche e in patologie tumorali alla pelle e del polmone (Germania); uno studio svedese ha evidenziato un incremento del 60 % di rischio per cancro al retto dei lavoratori in cementifici con combustione di rifiuti rispetto a quelli senza.

• Aumentare adesso il carico delle emissioni dell’azienda - che ricordiamo, seppur abbia richiesto l’Autorizzazione Integrata Ambientale nel 2007, ancora oggi non possiede né alcuno “screening” né alcuna autorizzazione all’immissioni nell’atmosfera - con le diossine, senza avere ancora a disposizione dati precisi sulle attuali emissioni al petcoke, oltre ad essere un errore fatale, dimostra come le amministrazioni pubbliche non abbiano alcun potere quando si tratta di tutelare i cittadini, una volta che l’impianto è in produzione!

• Ricordiamo che le Diossine sono chimicamente stabili ma biologicamente molto attive, perché agiscono sui geni, danneggiando l’equilibrio ormonale su almeno 6 ormoni: gli ormoni sessuali maschili e femminili, gli ormoni della tiroide; l’insulina; la gastrina e i gluococorticoidi.Si accumulano nella catena alimentare, soprattutto nei grassi animali. Ben oltre il 90% delle diossine che accumuliamo proviene da latticini, carne e pesce. Il fegato non è in grado di convertire le diossine in prodotti solubili in acqua, quindi esse si accumulano costantemente nel corpo umano nel grasso corporeo. La cosa orribile è che l’unico essere umano in grado di “sbarazzarsi” delle diossine è la donna… ma solo facendo un bambino! Quindi, la dose più alta di diossine va nel feto durante la gravidanza e poi nel neonato attraverso l’allattamento.

Per tutto ciò invece avanziamo una proposta, perchè abbiamo bisogno di soluzioni sostenibili per la nostra comunità e l’Italcementi è una azienda che può e deve investire in tal senso.

Attuando ad esempio sinergie positive con la locale General Electric (ex-Pignone) e le altre aziende metallurgiche del posto, immaginiamo sia possibile realizzare una innovativa centrale di cogenerazione a gas metano, in grado di produrre energia elettrica dal ciclo dei vapori. Riducendo così a zero le immissioni in atmosfera potrebbe garantire non solo il soddisfacimento dei fabbisogni termici ed elettrici dello stabilimento, ma anche fornire l’eccedente d’energia elettrica alla città costiera, o alla rete elettrica nazionale, incrementando concretamente l’occupazione e lo sviluppo locale! Basterebbe pensare al territorio come risorsa da valorizzare piuttosto che depredare.


mercoledì 8 dicembre 2010

CIAO ROBERTO ...

Ci mancherai, Roberto Angotti! Ci mancherà vederti procedere lentamente sulla strada pretendendo rispetto dagli automobilisti; ci mancherà il tuo ironico sorriso sulle barriere architettoniche; ci mancherà vederti sfrecciare per rientrare a casa prima della pioggia; ci mancheranno le processioni segnate dalla tua carrozzina; le raccolte di beneficenza davanti la chiesa; le partite a scacchi ed i ricordi di Ariccia.
Ci mancherà la risata ironica, il baffo che appariva e scompariva, il giubbino antivento e la scoperta di Photoshop!
Ci mancheranno i caffè e le sfida vinta sul fumo! E così, anche senza di te, questo paese continua a scivolare nel brutto!

sabato 4 dicembre 2010

BISOGNEREBBE FARE UNA RETATA ... DI CEFALI!

Il video è apparso su youtube da pochi giorni.
Il titolo è "n'drangheta vibo marina", realizzato da "abbacchio1000".
domanda: "Cosa pensa ... della criminalità di Vibo?"
risposta: "Bisognerebbe fare una retata ... di cefali!"

mercoledì 1 dicembre 2010

BAR ...ATRO 2 !!!

Lo scorso anno (il 25 gennaio) una bomba lo aveva quasi distrutto: molti dissero che era stata una bravata da ragazzacci. Da quando è stato spostato nella pinetina del corso un triste destino avvolge quella struttura. Dopo quella "bombetta" erano ripresi i lavori ed era quasi pronto per essere inaugurato ma, intorno alle 3 di stamattina a Vibo Marina sul lungomare Cristoforo Colombo, dopo averne forzato la porta d’ingresso ... i soliti ignoti hanno dato fuoco ai cartoni ed alle vernici, residui dei lavori compiuti: quel fuoco è diventato così una nera miscela esplosiva, distruggendo completamente il suo interno.

Il destino amaro e beffardo dell'ex bar gelateria di "Felice"si ripete, nel silenzio della città.

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