mercoledì 29 dicembre 2010

LA REGOLA E' LA PAURA: GUARDA LA VIGNA ... MEGLIO DELLA SIPALA!

Riportiamo integralmente l'articolo di Saviano pubblicato oggi sul suo sito e su Repubblica:


"Gli ani­mali che scon­fi­nano e man­giano l’orto e rov­inano la colti­vazione. Alberi tagliati senza per­me­sso com­pro­met­tendo la frutta. I con­fini della terra con­tin­u­a­mente manomessi, e poi in piazza non ci si saluta e si sentono gli sfottò arrivare dietro la schiena. Anzi, un giorno dopo una dis­cus­sione pren­dersi uno schi­affo in pieno viso. Questo è suf­fi­ciente per far decidere a Filan­dari in provin­cia di Vibo Valen­tia di con­dannare a morte. Ercole Van­geli e — sec­ondo quanto sta emer­gendo dalle indagini — alcuni suoi par­enti, non vogliono più che i vicini gli fregh­ino la terra, non vogliono più che li pren­dano in giro in paese dicendo a tutti che loro, i Fontana, fanno quello che vogliono e i vicini, i Van­geli, sono dei mis­er­abili che devono obbe­dire. Non vogliono più vedere gli zoc­coli delle bestie dei Fontana rov­inare le loro col­ture. Né vogliono vedere i loro noc­ciòli e gli ulivi estir­pati per allargare le colti­vazioni dei Fontana. Vogliono vendicarsi.
Aspet­tano i vicini della loro masse­ria. Li atten­dono per strada. Tutti gli uomini della famiglia Fontana stanno entrando nel fur­gone quando Van­geli si piazza davanti al cofano e vuole ammaz­zarli pro­prio lì, tutti insieme, tutti in auto. Non hanno ancora chiuso le porte dell’auto quando si cat­a­pul­tano fuori, ma Van­geli inizia a sparare sul capo­famiglia Domenico Fontana e su suo figlio Pietro 36 anni e Gio­vanni di 19 anni. Muoiono subito. Altri due figli, Pasquale di 37 anni e Emilio di 32, iniziano a cor­rere e si nascon­dono nel capan­none, ma i Van­geli li rag­giun­gono e li finis­cono. Mirano sicuri, al petto alle gambe e alla fac­cia. Sparano con due pis­tole, una nove mil­limetri e una 7.65. Ver­ranno rin­venuti più di trenta colpi. Hanno scar­i­cato addosso ai Fontana tutti i car­i­ca­tori che ave­vano por­tato. Una strage.
Può esser sem­plice e potrebbe anche essere suf­fi­ciente dire che è solo una fero­cia bar­bar­ica gen­er­ata da arretratezza medievale pro­fonda igno­ranza e assenza di Stato, ossia impos­si­bil­ità di credere che con il diritto tu possa ottenere una qualche forma di gius­tizia. Ma tutto questo sarebbe solo uno sguardo super­fi­ciale che certo potrebbe esser suf­fi­ciente se si vuol presto liq­uidare questa sto­ria. Ma questa non è una strage det­tata sem­plice­mente dal rap­tus di pae­sani che vivono in terre del Sud dove ci sono più pis­tole che forchette.
Non è così sem­plice. Sono stragi della regola. Bar­barie certo, ma che si fon­dono su mec­ca­n­ismi asso­lu­ta­mente dis­ci­plinati dalle regole eterne di queste terre. Quando il procu­ra­tore di Vibo Valen­tia dichiara “non è una strage di mafia, è peg­gio”, quel “peg­gio” sta a indi­care che non siamo di fronte a dinamiche mil­i­tari di due clan con regole di sangue. Sono dinamiche cul­tur­ali, quella regola non è una regola di mafia, è una regola e basta. La regola appunto, qual­cosa di diverso dalle stragi della depres­sione e dall’isteria del Nord. O quan­tomeno qual­cosa che anche se nasce come rap­tus si ali­menta di una prassi. Se toc­chi la roba mia sei morto. Atavica, perenne, inamovi­bile, eterna. Una regola. Regole assunte come modi di vivere, come mec­ca­n­ismi per stare al mondo. E queste regole sono la forza di cui si ali­men­tano le con­sor­terie impren­di­to­ri­ali più forti d’Italia ossia ‘ndrangheta, camorra e Cosa nos­tra. La regola esiste in paese, non in città. Il ban­dito Sal­va­tore Giu­liano diceva “in città scivolo”. Come dire che sulla terra il piede è saldo, sull’asfalto delle città com­p­lesse che dis­trag­gono e dove non ci si conosce e ci si con­fonde, si rischia di sbagliare. E sbagliare sig­nifica vivere senza regola. L’Italia infatti è coman­data dai paesi, non certo dalle città. È nei paesi che le regole ven­gono scritte e gestite. Platì, Casal di Principe, Africo, Cor­leone, Cas­ape­senna, Natile di Careri e la lista dei paesi che dirigono gran parte dei cap­i­tali ital­iani è assai lunga. In questi luoghi cresci e ti formi, sia che tu prenda la strada della crim­i­nal­ità sia quella dura del lavoro in una terra senza lavoro, insomma, cresci con la certezza che il primo bene è la terra. Case, bestie, cemento, alberi. Il resto, le auto, i soldi investiti e le banche, non sono la radice delle cose. La roba è la roba che passerà al tuo sangue e che tu hai avuto dal tuo sangue. Il con­fine della terra è il con­fine del tuo corpo. Guardare negli occhi è già super­are quel confine.
Quando ero ragazz­ino e mi presi il primo mazz­i­a­tone di calci e pugni per­ché avevo guardato negli occhi tal Ciruzzo Romano, un ragazz­ino delle mie parti, per­ché “m’hai guardato” mi dis­sero subito con fare stupito: “Non guardare negli occhi, che gli occhi sono ter­ri­to­rio, quindi pen­saci bene se in quel ter­ri­to­rio ci puoi entrare”. Rubare un mog­gio di terra è come toc­care un figlio, tagliare un albero è come rapire, venire a farti man­giare le colti­vazioni dalle bestie è come sputarti in fac­cia. La regola è chiara. Non toc­care la roba. Vivere per pren­dere roba. Van­geli, l’uomo della strage ha sua figlia iscritta all’Università che stu­dia legge, una vita solita, e un’assoluta con­sapev­olezza di quello che stava facendo. Del resto, nel 2008 e sem­pre in provin­cia di Vibo Valen­tia, in una frazione di Bri­atico, Vin­cenzo Grasso aveva ammaz­zato a pal­let­toni due suoi cug­ini per­ché sec­ondo lui gli fre­ga­vano la terra trat­tan­dolo come un fesso. “Se vivo ti ammazzo, se muoio ti per­dono”, è un ada­gio che chi è cresci­uto in questi paesi, dalla Locride alla Barba­gia pas­sando per l’Aversano, ha sen­tito decine di volte pro­nun­ciare durante le lit­i­gate per i con­fini o negli sgarri famil­iari.

Il con­testo non è affatto la mis­e­ria con­tad­ina, la soli­tu­dine e l’analfabetismo. Sti­amo par­lando di un episo­dio accaduto in provin­cia di Vibo Valen­tia, un ter­ri­to­rio ege­mo­niz­zato da un clan spi­etato, dis­ci­plinato, ric­chissimo e inter­nazionale. Il clan Man­cuso. Giuseppe Lumia con molta chiarezza l’aveva definito la prima con­sor­te­ria crim­i­nale per potenza eco­nom­ica d’Europa. Investe soprat­tutto in Lom­bar­dia, nel cemento, nella dis­tribuzione di cibo e di ben­z­ina, nella ges­tione degli appalti, nel nar­co­traf­fico, nel con­dizion­a­mento delle ammin­is­trazioni comu­nali e nel seg­mento san­i­tario di Monza, Novara e nei Comuni di Gius­sano, Seregno, Ver­ano Bri­anza e Mar­i­ano Comense.
Nel paese della strage, Filan­dari. C’è una loro cos­tola, la ‘ndrina dei Sori­ano che ege­mo­nizza tutto quanto accade, impone dazi sui lavori alla Salerno-Reggio Cal­abria e su ogni camion che passa per il loro ter­ri­to­rio. Leone Sori­ano, il boss di Filan­dari, vol­eva che gli fosse ceduta qual­si­asi attiv­ità impren­di­to­ri­ale di suc­cesso. Da pro­pri­etario diven­tavi dipen­dente. Le ‘ndrine del ter­ri­to­rio inve­stono molto nella cal­abre­sella, la mar­i­juana cal­abrese che è con­sid­er­ata la mar­i­juana di mag­gior qual­ità sul piano inter­nazionale, preziosa e più cos­tosa rispetto alle altre ma molto più forte e molto più dif­fi­cile da colti­vare rispetto alla Skunk e alla White Widow (che ha vinto la Cannabis Cup, pur essendo di qual­ità infe­ri­ore alla cal­abre­sella) e il cui traf­fico è ege­mo­niz­zato dalla ‘ndrangheta. Due dei ragazzi Fontana ammaz­zati nella strage erano stati arrestati per estor­sione e inves­ti­vano in cal­abre­sella. E’ un ter­ri­to­rio, quindi, che gra­zie alla mar­i­juana e al traf­fico di coca è diven­tato molto ricco. Ric­chissimo. Anche Francesco Leonardo Brasca, sin­daco negli anni ’90 di Vibo Valen­tia ed inseg­nante, nel set­tem­bre scorso è stato arrestato dai cara­binieri per­ché in un castag­neto aveva una pianta­gione di cal­abre­sella. Quale arretratezza in un luogo dove, attra­verso il nar­co­traf­fico, arrivano mil­ioni e mil­ioni di euro? Sta qui il nodo. Il mas­simo grado della tradizione della regola arcaica unito al mas­simo grado dell’evoluzione eco­nom­ica. Web, mer­cato, finanza, droga, ma solo se tutto questo viene gov­er­nato dalle regole ataviche della roba, dello sguardo basso, dei mat­ri­moni com­bi­nati, della verginità, delle regole di sangue. Il mondo lo comandi se sai vivere con queste regole anche quando le regole ti por­tano a svan­taggi e alla galera per nequizie. E’ la regola, se subisci hai perso, diventi nulla meno che nulla, nulla mis­chi­ato con niente, verme, bruco, topo, sottoterra.
Questa è la ver­ità dram­mat­ica di questa strage che se viene ascritta solo ad un feroce rap­tus in terra bar­bar­ica non servirà nem­meno a far capire come una parte del paese vive ed ege­mo­nizza. Mi sono sem­pre chiesto com’era pos­si­bile che nei posti dove sono nato e in quelli dove il mio mestiere mi ha por­tato venisse ucciso un uomo come Anto­nio Magli­ulo solo per­ché aveva corteggiato una ragazz­ina e lui era un uomo sposato e la ragazz­ina la nipote di un boss. Come era pos­si­bile che il clan fosse dis­posto a pren­dersi ergas­toli per­ché un boss uccideva un suo com­pae­sano a Mon­drag­one negli anni ’90 solo per­ché non gli aveva regalato il maiale per Natale? Com’è pos­si­bile che una delle faide più feroci della sto­ria ital­iana, quella a San Luca d’Aspromonte tra i Nirta-Strangio e i Pelle-Vottari. trovi come orig­ine il 10 feb­braio 1991 in un gesto all’apparenza futile? Quando un gruppo di ragazzi legati ai Nirta, detti “Versu”, nei giorni di carnevale lan­cia­rono uova con­tro il cir­colo ricre­ativo Arci gestito allora da Domenico Pelle, uno dei “Gam­bazza”, sporcando anche l’auto di uno dei Vot­tari.

E’ pos­si­bile per­ché questi com­por­ta­menti ren­dono le loro regole indero­ga­bili, le raf­forzano pro­prio nella prat­ica quo­tid­i­ana, pro­prio quando sem­brano super­flue. Le ‘ndrine di Vibo Valen­tia hanno per prime cre­ato un legame con le orga­niz­zazioni criminal-imprenditrici cinesi. A Monza le ‘ndrine di Vibo ven­gono coin­volte nella sto­ria del Mul­ti­sala delle mer­av­iglie, che avrebbe dovuto portare nel Parco del Grug­no­torto 180mila metri qua­drati di spazio verde con laghetto, piste ciclo-pedonali, piantu­mazione, 130 nuovi posti di lavoro, inter­net cafè, bib­lioteche mul­ti­me­di­ali, sale con­vegno, teatro. Il mul­ti­sala, inau­gu­rato nel 2005 da Cristina D’Avena, era rimasto vuoto ed era stato ceduto dopo pochi mesi a Song Zichai, per trasfor­marlo nel Cinamer­cato, il più grande cen­tro com­mer­ciale di merce cinese del Nord Italia, con 280 mini negozi, scuola italo-cinese, palestra di kung fu, alloggi per le famiglie cinesi che ci avreb­bero lavo­rato. Invece è stato dichiarato il fal­li­mento e tutto si è fer­mato. Per real­iz­zare l’acquisto dell’immobile, del val­ore di oltre 40 mil­ioni di euro, sono stati presi con­tatti con espo­nenti della cosca Mancuso.
Com’è pos­si­bile che nel ter­ri­to­rio dove avven­gono patti inter­nazion­ali e joint ven­ture con i cinesi, dove pas­sano cap­i­tali inter­nazion­ali e da dove ven­gono gestite persino le province lom­barde, ci si ammazzi per con­fini di terra, per­ché sono stati tagliati ulivi o le capre hanno calpes­tato i pomodori? La coraz­zata (im)morale delle mafie ital­iane si fonda su questa cul­tura. Cul­tura che ha por­tato alla strage di Filan­dari. Chi si avvic­ina a te sa che esiste una regola, chi affili sa che esiste una regola. E questa regola è la vendetta, la punizione. Sem­plice.

Sai cosa puoi fare, sai cosa non puoi fare. Non c’è altra inter­pre­tazione. Chi comanda può dare altre regole, ren­derne alcune meno severe ma non può cam­biarle. Al mas­simo aggiungerne.
E sono la terra, gli ulivi, i noci, i limoni, le pecore, le capre e le vac­che o le bufale, i cav­alli e il grano, la masse­ria. L’elemento primo e sicuro. L’olio, il pane e i pomodori. I molti nipoti e le galline. La moglie che ti sposi vergine (le amanti poi le prendi al Nord o all’Est) e il fatto che al paese tutti ti salu­tano, al ris­torante ti ser­vono per primo anche se arrivi ultimo, il parcheg­gio ti viene las­ci­ato se arrivi in una zona dove tutto è occu­pato. Per­ché tutti gli imperi di cap­i­tali finanziari, di banche e ris­toranti, di coca e usura, di mar­juana e racket, di polit­ica e palazzi, tutto questo si regge sulla regola. E quella regola la con­fermi e difendi se al tuo paese esiste e vive. Per­ché se anche sei un boss ed investi a New York nella ricostruzione delle torri gemelle, tutto questo lo puoi fare pro­prio per­ché quando entri dal bar­bi­ere, qual­si­asi cliente si alza e ti fa sedere. “L’impero sulla terra sta” sulla roba e sulla regola. Quei trenta colpi di pis­tola, purtroppo sono molto peg­gio di una bar­barie, sono frutto di un mec­ca­n­ismo a cui obbe­disce chi in questo momento investe, vince e gestisce gran parte di questo nos­tro bel­lis­simo e dan­nato paese.


©2010 Roberto Saviano Agen­zia Santachiara
Pubblicato il: 29 dicembre 2010 da:
redazione

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