giovedì 16 dicembre 2010

RIPETIZIONI ...

Lo avevamo detto un anno fa ... e piuttosto che ripeterlo preferiamo farvi leggere nuovamente ... quello che sommessamente dicevamo sul CDR e il PFU da "vendere" alla nostra cementeria. Niente è più attuale di quelle riflessioni!
La sensazione è che ci si trovi dinanzi ad una decisione già presa ai vertici, tra Commissario all'Emergenza Rifiuti della Calabria e Dirigenza Italcementi, con la Provincia che recita un ruolo di comparsa ratificante ed il Sindaco che non dice una parola. Noi invece insisteremo (vedi articolo de ilQuotidiano) (vedi articolo di Calabriaora) finchè resterà un barlume di speranza col dire che consentire all'Italcementi di bruciare rifiuti, pneumatici usati e petcoke è una scellerata follia!


• Innanzitutto perché lo stabilimento produttivo dell'Italcementi è posto nel centro dell’area urbana costiera: la fabbrica di fatto oggi è a 1.300 metri dalla Chiesa di Longobardi, 1.270 metri dalla Chiesa Nuova di Vibo Marina, 890 metri dalla Chiesa di Bivona e 600 metri dalla Chiesa di S. Pietro. Usiamo le distanze dalle chiese, perché meglio rappresentano il centro urbano di una comunità!Ma, ancor più, l'impianto che dovrebbe produrre cemento alla diossina è posto a 1.600 metri dalla Guardia di Finanza; 1.240 metri dalla Capitaneria di Porto; 620 metri dai Carabinieri; è inoltre a 1.180 metri dalla Scuola Media ed a soli 590 metri dalla Scuola Elementare di Bivona!Se aggiungessimo il dato sui quartieri scopriremmo che l'Italcementi è 700 metri dalle Cooperative, 600 metri da Bivona, 450 metri dal Pennello!Questi dati reali, visibili e verificabili, rivelano una realtà urbana ed una comunità di 10.000 abitanti (anche volendo trascurare l’impatto sulla salute della città di Vibo) del tutto taciuta nella Relazione SIA presentata agli Enti locali.

• Ancora oggi non conosciamo gli esiti sulla nostra salute del petcoke utilizzato dal 2005 dalla fabbrica come combustibile, ed il fatto che l’azienda non abbia esercitato alcun atto prescrittorio a tutela della salute pubblica rispetto alle aziende esterne che ruotano intorno al ciclo del petcoke, (ricordiamo che il deposito del suo combustibile è stato recentemente sequestrato per violazione delle norme ambientali) dimostra come siano sempre possibili pratiche deresponsabilizzanti in grado di mettere a rischio un intero territorio.

• I cementifici non sono regolati dalle stesse norme che regolano gli inceneritori, sia a tutela della salute che nel processo d’incenerimento; difatti i controlli sulle emissioni in atmosfera sono molto rozzi, effettuati in punti dove le temperature sono più alte di quelle alle quali si formano le diossine, tra l’altro sono troppi i punti di emissioni tramite i quali è facile “dirottare” parte delle emissioni in punti in cui la normativa non obbliga ad avere sistemi di monitoraggio.• Spesso gli operatori dei cementifici ri-immettono le ceneri volatili nei forni, ciò significa che i metalli tossici possono prendere solo due strade: l’ARIA o il CEMENTO. Se il cementificio brucia rifiuti contenenti cloro, bromo o fluoro, si formano composti molto pericolosi, tra cui DIOSSINE e FURANI.

• Il cementificio produce enormi quantità di polveri dalla macinazione del clinker. E’ scientificamente provato che per 1 kg di clinker prodotto nei cementifici che non utilizzano rifiuti come combustibili si produce 24,34 nanogrammi di Diossina, invece nei cementifici che usano rifiuti si può emettere Diossine 80 volte in più rispetto all’utilizzo dei combustibili fossili usuali. Non va taciuto che riutilizzando le ceneri di rifiuto nel clinker, il cemento e le polveri conterranno sostanze tossiche, tra cui metalli, e in alcuni casi diossine e furani. Anche durante la produzione queste polveri si spargono ovunque, sui lavoratori, sulle strade, sulle proprietà e sui terreni limitrofi e sui campi coltivati.

• Le polveri di cemento sono molto dannose e producono problemi alle vie respiratore ai lavoratori dei cementifici provocate in particolare dai cromati solubili presenti nel cemento. L’arricchimento di tali polveri in altri contaminanti è tale che le polveri sono da considerarsi rifiuti tossico-nocivi. Studi su lavoratori del cemento esposti a polveri con metalli pesanti e diossine dovuti alla combustione di rifiuti in cementifici hanno evidenziato incrementi in patologie asmatiche e in patologie tumorali alla pelle e del polmone (Germania); uno studio svedese ha evidenziato un incremento del 60 % di rischio per cancro al retto dei lavoratori in cementifici con combustione di rifiuti rispetto a quelli senza.

• Aumentare adesso il carico delle emissioni dell’azienda - che ricordiamo, seppur abbia richiesto l’Autorizzazione Integrata Ambientale nel 2007, ancora oggi non possiede né alcuno “screening” né alcuna autorizzazione all’immissioni nell’atmosfera - con le diossine, senza avere ancora a disposizione dati precisi sulle attuali emissioni al petcoke, oltre ad essere un errore fatale, dimostra come le amministrazioni pubbliche non abbiano alcun potere quando si tratta di tutelare i cittadini, una volta che l’impianto è in produzione!

• Ricordiamo che le Diossine sono chimicamente stabili ma biologicamente molto attive, perché agiscono sui geni, danneggiando l’equilibrio ormonale su almeno 6 ormoni: gli ormoni sessuali maschili e femminili, gli ormoni della tiroide; l’insulina; la gastrina e i gluococorticoidi.Si accumulano nella catena alimentare, soprattutto nei grassi animali. Ben oltre il 90% delle diossine che accumuliamo proviene da latticini, carne e pesce. Il fegato non è in grado di convertire le diossine in prodotti solubili in acqua, quindi esse si accumulano costantemente nel corpo umano nel grasso corporeo. La cosa orribile è che l’unico essere umano in grado di “sbarazzarsi” delle diossine è la donna… ma solo facendo un bambino! Quindi, la dose più alta di diossine va nel feto durante la gravidanza e poi nel neonato attraverso l’allattamento.

Per tutto ciò invece avanziamo una proposta, perchè abbiamo bisogno di soluzioni sostenibili per la nostra comunità e l’Italcementi è una azienda che può e deve investire in tal senso.

Attuando ad esempio sinergie positive con la locale General Electric (ex-Pignone) e le altre aziende metallurgiche del posto, immaginiamo sia possibile realizzare una innovativa centrale di cogenerazione a gas metano, in grado di produrre energia elettrica dal ciclo dei vapori. Riducendo così a zero le immissioni in atmosfera potrebbe garantire non solo il soddisfacimento dei fabbisogni termici ed elettrici dello stabilimento, ma anche fornire l’eccedente d’energia elettrica alla città costiera, o alla rete elettrica nazionale, incrementando concretamente l’occupazione e lo sviluppo locale! Basterebbe pensare al territorio come risorsa da valorizzare piuttosto che depredare.


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