giovedì 23 maggio 2013

OPERAZIONE ATLANTIDE E LIBRA: QUANTO CI COSCA L'ALLUVIONE?


Il prossimo anniversario dell'alluvione del 2006 non sappiamo se verrà celebrato nè con quale spirito potrà essere celebrato. E' di qualche giorno fa la notizia che l'abolizione del Commissario Straordinario all'Emergenza ha consentito di verificare come siano rimasti in cassa, non spesi, ben 8 milioni di euro per far fronte alla messa in sicurezza ed al risarcimento dei danni. Oggi scopriamo che grazie al fango dell'alluvione una famiglia di ndrangheta locale ha potuto realizzare il suo piano egemone sul territorio, ovviamente nel massimo profitto, derivante dal pagamenti per lavori non effettuati o l'uso scriteriato di cemento e calcestruzzo depotenziato. Se a quest'ultimi dati aggiungiamo la scoperta della sostanziosa ruberia/cresta di qualche milione di euro, realizzata da una impiegata della Provincia di Vibonello, sui residui derivanti dai ribassi d'asta dei lavori per la messa in sicurezza ... c'è seriamente da chiedersi se riusciremo a restare vivi alla prossima alluvione!



Dalle prime ore di giovedì 23 maggio 2013, in diverse località della provincia di Vibo Valentia, nonché in Roma, Milano, Bologna, Brescia, Padova e Verona, i militari del Comando Provinciale dei Carabinieri e del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Vibo Valentia, supportati dai Reparti locali e dal Gruppo Operativo Calabria Carabinieri, nonché dai Finanzieri della Compagnia di Vibo Valentia e dei Nuclei PT di Roma, Milano, Brescia, Padova, Verona e Bologna, stanno eseguendo un provvedimento di custodia cautelare personale emesso dal G.I.P. presso il Tribunale di Catanzaro su richiesta della locale Procura della Repubblica - D.D.A. nei confronti di esponenti e sodali della cosca di ‘ndrangheta “Tripodi” di Vibo Valentia fraz. Marina e loc. Porto Salvo, ritenuti responsabili dei reati di associazione di tipo mafioso, trasferimento fraudolento di valori, usura, estorsione, illecita detenzione di arma comune da sparo e frode nelle pubbliche forniture (reati aggravati dalle modalità di cui all’art. 7 L. 203/91). 
Contestualmente i militari della Guardia di Finanza e dei Carabinieri eseguono anche un decreto di sequestro preventivo emesso dalla D.D.A. di Catanzaro nei confronti di 19 aziende e nr. 25 persone fisiche, con conseguente sequestro di nr. 45 immobili (terreni, fabbricati, appartamenti e pertinenze) e conti corrente riconducibili ai destinatari del provvedimento per un valore complessivo di circa 40 milioni di Euro. Tra i beni sottoposti a sequestro spiccano nr. 2 bar ubicati in pieno centro a Roma, un altro ubicato in provincia di Milano e immobili di pregio ubicati in Roma e Milano.      
L’operazione conclude una complessa e prolungata attività investigativa, che ha permesso di accertare l’operatività della citata cosca “Tripodi”, non ancora riconosciuta giudizialmente, ricostruendone le attività illecite nell’arco temporale 2006 - 2012, le dinamiche interne ed esterne, nonché i variegati interessi economici in diverse Regioni.
L’organizzazione criminale in tratto, ritenuta subordinata alla nota famiglia “Mancuso” di Limbadi (VV) e Nicotera (VV), “si avvale della forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo e della conseguente condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva, per commettere delitti, quali quelli di estorsione, usura, detenzione e porto illegale di armi, ovvero per acquisire, direttamente ovvero attraverso ditte intestate a prestanome, il controllo dell’attività edilizia nel settore dei lavori pubblici e degli appalti di opere pubbliche, ovvero ancora al fine di procurare voti a sé o ad altri, e segnatamente a candidati compiacenti che si sono presentati alle elezioni del 2010 per il rinnovo del Consiglio Regionale del Lazio, regione in cui l'associazione intendeva espandere la propria attività imprenditoriale, e comunque per realizzare in favore dei propri affiliati profitti ingiusti”.
Quanto precede mediante:
a.    l’infiltrazione, attraverso società direttamente riconducibili ad alcuni esponenti della cosca od intestate a prestanome, perlopiù operanti nel settore dell’edilizia:  nei lavori pubblici lungo la costa vibonese, dove il sodalizio esercita il proprio predominio;  in opere pubbliche realizzate in altre località del territorio nazionale;
b.    l’utilizzo di numerose società riconducibili alla cosca, che costituiscono lo strumento per la commissione dei reati e in particolare per l’accaparramento degli appalti, tanto da poter far ritenere la cosca una vera e propria Holding di ‘ndrangheta;
c.    l’usura, accertata in particolare nei confronti di un commerciante di autovetture vibonese, divenuto testimone di giustizia ed attualmente sottoposto al piano di protezione;
d.    le estorsioni ai danni di altri operatori economici, attuate anche attraverso l’imposizione:  del pagamento di fatture per prestazioni in realtà mai eseguite;  dell’acquisto di beni e prestazioni d’opera dalle ditte riconducibili al sodalizio; 
e.     il tentativo di acquisire appalti pubblici nel Lazio anche attraverso il promesso sostegno elettorale ad un candidato (non indagato) alle elezioni del Consiglio Regionale del 2010, in seguito eletto.

Speculavano anche sulle disgrazie della popolazione i presunti affiliati alla cosca del vibonese arrestati stamani da carabinieri e guardia di finanza. E' quanto sottolineano gli investigatori, evidenziando come alcuni indagati si sarebbero infiltrati in un appalto da 300 mila euro per la rimozione dei fanghi dell'alluvione che colpi' la frazione marina di Vibo Valentia nel luglio del 2006 provocando la morte di quattro persone. 

L'operazione ha concluso un'indagine, coordinata dalla Dda di Catanzaro, che, secondo l'accusa, ha permesso di accertare l'operativita' della presunta cosca Tripodi (non ancora riconosciuta giudizialmente), definita una vera e propria ''holding'' di 'ndrangheta, ricostruendone le attivita' illecite nell'arco temporale dal 2006 al 2012, le dinamiche interne ed esterne, nonche' i variegati interessi economici in diverse Regioni. 
I partecipanti all'organizzazione, ritenuta subordinata alla famiglia Mancuso di Limbadi, grazie alla forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo e della conseguente condizione di assoggettamento e di omerta' che ne deriva, per gli investigatori, avrebbero commesso una serie di reati. In particolare, gli indagati avrebbero cercato, tramite societa' direttamente riconducibili ad alcuni esponenti della cosca od intestate a prestanome, perlopiu' operanti nel settore dell'edilizia, di infiltrarsi nei lavori pubblici, sia lungo la costa vibonese che in altre localita' italiane. Inoltre avrebbero utilizzato numerose societa' riconducibili alla cosca, come strumento per la commissione dei reati e in particolare per l'accaparramento degli appalti. Gli indagati sono anche accusati di usura nei confronti di un commerciante di auto, divenuto testimone di giustizia ed attualmente sottoposto al piano di protezione, e di estorsioni ai danni di altri operatori economici. Nel corso dell'operazione sono stati anche sequestrati beni per 40 milioni di euro tra i quali due bar in pieno centro a Roma, un altro in provincia di Milano e immobili di pregio a Roma e Milano. (ANSA).


Sarebbe riuscito a pilotare le gare d'appalto dei lavori del post alluvione del 2006 a Vibo Marina, il clan Tripodi di Porto Salvo, frazione di Vibo Valentia. E' quanto emerge dall'operazione antimafia "Libra. Secondo gli inquirenti, tutti gli appalti del dopo alluvione, che il 3 luglio 2006 mise in ginocchio le Marinate di Vibo provocando 3 morti, 90 feriti e danni per 200 milioni di euro, sarebbero state condizionate dai Tripodi attraverso un controllo delle imprese vibonesi interessate ai lavori. Il clan riusciva in una prima fase a pilotare l'aggiudicazione delle gare d'appalto, ed in una seconda fase ad indirizzare i subappalti verso imprese "amiche". In alternativa ai subappalti le imprese aggiudicatarie dei lavori avrebbero pagato una tangente del 5% sull'ammontare dell'intero appalto. Tangente definita dai Tripodi come "tassa di legge" e che per la Dda dimostrerebbe il ferreo "controllo" del territorio da parte del clan.

Le ditte direttamente controllate o comunque collegate al gruppo sono infatti riuscite a ottenere appalti per la ricostruzione. Due in particolare gli interventi individuati dagli inquirenti: il ripristino del campo sportivo per 71.000 euro e del palazzetto dello sport per 32.000 euro. Secondo il pm della Dda, Pierpaolo Bruni, avrebbero potuto contare sull'apporto di un “insospettabile” all'interno delle istituzioni. Con l'accusa di concorso esterno è finita in carcere Maria Alfonsa Farfaglia, responsabile dell'ufficio gestione servizi del Consorzio di Sviluppo Industriale di Vibo. 
L'ente, infatti, era stato individuato come soggetto attuatore per la realizzazione degli interventi durante la fase emergenziale: la Farfaglia era, quindi, incaricata, assieme ai dipendenti del Comune, di rilevare la presenza giornaliera dei mezzi impiegati per l'esecuzione dei lavori  e del numero di ore lavorate dalle ditte stesse. Secondo quanto riportato nel capo di imputazione, invece, la funzionaria avrebbe agito per «agevolare il perseguimento delle finalità dell'associazione nel controllo degli appalti nell'area vibonese, facendo ottenere a ditte da questi controllate o a questi collegate  lavori con affidamento diretto da parte del Comune di Vibo Valentia nella fase immediatamente successiva gli eventi alluvionali, attestando, inoltre, lo svolgimento di prestazioni mai eseguite».  

Nel motivare la misura cautelare in carcere, il gip catanzarese Livio Sabatini sostiene che la Farfaglia «con la sua condotta compiacente, disonesta e di favoritismo, ha rafforzato e agevolato gli interessi economici del sodalizio mafioso, offrendo un riferimento utile e rilevante per ogni questione (tecnica, economica, contabile) connessa ai lavori aggiudicati alle imprese legate ai Tripodi. In sostanza, gli elementi probatori dimostrano l'utilità e rilevanza della condotta della Farfaglia per il mantenimento e la realizzazione degli interessi economici della cosca». 
In almeno un caso, inoltre, gli inquirenti hanno accertato che le opere realizzate non fossero conformi ai capitolati. In alcune intercettazioni gli indagati farebbero esplicito riferimento all'utilizzo di cemento impoverito. La frode nella pubblica fornitura, peraltro,  troverebbe riscontro negli esiti della consulenza tecnica svolta sulla qualità del cemento adoperato per la realizzazione delle opere. 
Dalla relazione stilata dal consulente della Procura si desume che nel calcestruzzo impiegato è stata rilevata «la presenza in alcuni punti di cemento con valori di resistenza caratteristica cubica di gran lunga inferiori a quelli certificati dalla ditta».
Dagli interventi dopo l'alluvione di Vibo fino al tentativo di inserirsi nella ricostruzione post terremoto dell'Abruzzo. Le società controllate dalla cosca Tripodi erano riuscite a ottenere quasi il monopolio degli appalti pubblici nel Vibonese e a bussare alle porte dei palazzi del potere della Capitale. Una vera e propria holding sgominata questa mattina da un'operazione congiunta di guardia di finanza e carabinieri coordinati dal pm della Dda di Catanzaro Pierpaolo Bruni. Venti le persone raggiunte dall'ordinanza emessa dal gip Livio Sabatini, l'inchiesta “Atlantide” ha portato anche al sequestro di 19 aziende, 45 immobili – terreni, fabbricati, appartamenti e pertinenze – tra cui 2 bar in pieno centro a Roma e conti correnti riconducibili ai destinatari del provvedimento, il cui valore complessivo ammonta a circa 40 milioni di euro. Un'organizzazione, scrive il gip nell'ordinanza, di «natura prevalentemente familiare, si finanziava con attività predatorie (usura ed estorsioni) realizzando attività d'impresa, intestate a terzi ed efficacemente inserite nella realtà calabrese d'origine (ma presenti anche in Roma): queste erano affidatarie in appalto o sub appalto di lavori di ogni valore (da 1.000 euro a  15.000.000 euro) ottenuti tanto con la minaccia quanto sfruttando la contiguità e collusione degli imprenditori». A Roma la famiglia Tripodi era riuscita a entrare in contatto sia con soggetti politici sia con figure di primo piano dell'associazionismo industriale con l'obiettivo di aggiudicarsi appalti nazionali milionari. Un ruolo centrale, in questo ambito, è rivestito da Francesco Comerci legale rappresentante della Edil Sud (società gestita direttamente dai Tripodi), che ha cercato in più occasioni di rintracciare e contattare l'ex assessore regionale ai lavori pubblici, Vincenzo Maruccio. Lo stesso Comerci, sentito dagli inquirenti, ha riferito di aver partecipato a una cena elettorale per il candidato D'Ambrosio in occasione delle elezioni del consiglio regionale del Lazio, assieme a un gruppo di suoi amici (circa quaranta persone), offrendo sostegno elettorale con la promessa di ottenere, in cambio, aggiudicazione in appalti pubblici: «l'indagato – sottolinea il gip - non ha tuttavia precisato se e quali siano stati gli sviluppi dell'accordo suddetto». Tra le accuse contestate anche l'usura nei confronti di un commerciante di auto, divenuto testimone di giustizia ed attualmente sottoposto al piano di protezione.

L'inchiesta del pm Bruni ha ricostruito la storia criminale della famiglia Tripodi. Grazie alle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia è stato possibile dimostrare l'esistenza della cosca operante già dagli anni Novanta, «dedita a estorsioni ed usura, con significativi contatti con altri soggetti di rilevanza criminale, con un capo indiscusso, Nicola Tripodi» insieme ai fratelli Antonio, Domenico e Salvatore. Una famiglia importante tanto da partecipare a summit con Carmelo Novella, il boss indipendentista assassinato nel 2008 a San Vittore Olona alle porte di Milano. Secondo le dichiarazioni dei pentiti erano i Tripodi a gestire le estorsioni nel territorio di Vibo Marina con l'accordo della potente famiglia Mancuso di Limbadi. Proprio a causa di alcuni dissapori con la 'ndrina egemone, Nicola Tripodi decise di trasferirsi a Roma. I rapporti tra la cosca madre e quella inferiore si sono poi ripristinati e si svolgono tuttora in termini di vassallaggio dei Tripodi ai Mancuso. «Nicola Tripodi – annota il gip – non opera mai in prima persona, demandando le scelte strategiche e l'attività a Comerci Francesco e ai figli Marika ed Orlando, evita i contatti telefonici ma sovraintende gli affari economici dell'impresa». 

Il gip di Catanzaro Livio Sabadini ha disposto il carcere per: Raffaele Acanfora, 45 anni nato a Scafati; Giovanni Aracri 40 anni di Vibo Valentia; Francesco Comerci 38 anni di Messina; Gregorio De Luca 35 anni di Vibo Valentia; Maria Alfonsa Farfaglia 44 anni di Vibo Valentia; Orazio Benito Mantino 41 anni di Vibo Valentia; Daniele Marturano 40 anni di Vibo Valentia; Massimo Murano 40 anni di Busto Arsizio; Cristian Sicari 28 anni di Tropea; Antonio Mario Tripodi 49 anni di Briatico; Nicola Tripodi 65 anni di Briatico; Orlando Tripodi 27 anni di Tropea; Sante Mario Tripodi 40 anni di Vibo Valentia; Salvatore Vita 38 anni di Vibo Valentia. Sono stati disposti gli arresti domiciliari per: Antonio Chiarella 44 anni di Vibo Valentia; Francesco La Tesse 27 anni di Vibo Valentia; Francesco Lo Bianco 39 anni di Vibo Valentia; Simon Schito 31 anni di Milano. Il giudice non ha invece ritenuto sufficienti gli elementi a carico di Antonio Chirico, 26 anni, di Vibo Marina; Luciano Franzoni, 35 anni, di Vibo Valentia; Daniele Prestanicola, 31 anni, di Vibo Valentia; Gaetano Staropoli, 46 anni, di Vibo Valentia; Giuseppe Vita, 47 anni, di Vibo Valentia.

(Fonti Ansa.it; Strill.it; Corrieredellacalabria.it; il Dispaccio.it)

COME TI SPENNELLO UN CONSIGLIO COMUNALE ...


"Forse neanche Balzac avrebbe fatto meglio. Perché nella “Comedie humaine” di teatro “Luigi Razza” è la realtà a superare l’immaginazione. A meno che non si voglia intendere politicamente corretto invadere l’aula, nel pieno svolgimento dei lavori del civico consesso, gridando “vergogna” e “dimissioni”, cacciando un sindaco dalla sedia e sedendosi al suo posto, cacciando gli assessori dalle sedie e sedendosi  ai loro posti, discutere animatamente con il presidente del consiglio e rammentargli - per l’ennesima volta - che ci sono cose più importanti da discutere. Come infatti importante è la ragione per la quale i cittadini sono intervenuti prepotentemente sulle scene, pretendendo “rispetto e dignità”, soprattutto alla luce delle promesse mai mantenute dalla politica e che riguardano la situazione di degrado assoluto del quartiere marinaro del “Pennello”, costretto a convivere da anni con il mare ad un passo dalle loro case, con le strade devastate, la piazza Capannina risucchiata dal mare e - appunto - le promesse di rinascita. Insomma, un pomeriggio infuocato ed una nuova, ennesima figuraccia da parte dell’amministrazione D’Agostino sempre più in balia dell’ignavia nonostante il lifting degli ultimi tempi e la nomina di nuovi assessori e nuovi consiglieri.


“L’idea  - avevano spiegato molti di loro riunitisi nuovamente in piazza Capannina e anticipando nei giorni scorsi la linea dura da adottare – nasce dalla necessità di capire una volta per tutte chi o cosa sta ostacolando quel processo di rinnovamento così tanto sbanderiato e promesso negli anni non solo dall’attuale giunta, ma anche da quelle passate. Sarà importante – avevano spiegato i cittadini sponsorizzati dal consigliere di minoranza Stefano Luciano in qualità di soggetto proponente di apposito ordine del giorno – vedere dal vivo chi, e con quali motivazioni, intenderà sottrarsi al provvedimento da adottarsi, in via urgente, durante la seduta. Noi difficilmente ci rassegneremo a questo stato di cose, continuando la nostra battaglia di civiltà su tutti i fronti”.
In molti, in realtà, non hanno ancora capito quando la politica del “dire” farà spazio alla politica del “fare”. Certo, l’amministrazione D’Agostino arriva oggi dopo cinque decadi di parole ma, del resto, non ha nulla da invidiare ai predecessori, vista la strada scelta sin qui. Giusto perché ogni momento è stato solo buono per dire “i lavori partiranno a breve”, mentre poi in realtà non sono mai partiti, oltre al fatto che il Pennello, da sempre, ha rappresentato un bacino di voti non indifferente, con una politica affamata di consenso a spese dei disagi. O almeno fino ad adesso è stato così. E lo anche ha ricordato in aula, prima della bagarre, il consigliere Luciano, ammonendo i presenti sulla "gravità" del modus operandi della stessa politica nei confronti dei cittadini del popoloso quartiere marinaro.
Gli incontri avuti in questi tre anni con i residenti della zona più Beiruttiana di Vibo Valentia anni sono stati innumerevoli. Incontri che hanno comunque partorito due soluzioni. “Storiche”, per giunta. La prima è datata 27 dicembre 2011, quando durante l’assise comunale la maggioranza ha votato compatta, con tanto di baci e abbracci, l’acquisto dei 150 mila metri quadrati dell’area, utile per renderla non più abusiva e dunque non più passibile di contenziosi con il Demanio. In quella occasione, c’è stato chi ha sentito la necessità di “applaudire l’operato del sindaco per aver onorato l’impegno con gli elettori”, chi invece ha tirato un sospiro di sollievo perché si è chiusa "una delle pagine più brutte della storia di Vibo”, chi poi ha assicurato l’apertura di una “nuova pagina politica di impegni concreti” e chi, infine, ha gridato  addirittura al  “miracolo”.  La seconda è quella del 9 marzo 2012. Un orgoglioso Modafferi, oggi non più assessori al Lavori Pubblici, ha consegnato, in questa data, l’inizio dei lavori alla ditta “Simaco” per la messa in sicurezza del litorale compreso tra Vibo Marina e Bivona, per un totale di 2,1 milioni di euro, che avrebbero permesso di salvaguardare il territorio, vessato e provato sia dall’erosione costiera che dalle mareggiate . Ma, inspiegabilmente, lavori si sono fermati senza un motivo apparentemente valido. Tutto rimandato, in pratica, a data da destinarsi. Così, al Pennello, malgrado le promesse cinquantennali, non è ancora cambiato nulla. Cioè, qualcosa è cambiato, ma in peggio.  E i residenti, seppur simbolicamente, hanno ritenuto giusto salire a palazzo “Razza” e ridicolizzare per un intero pomeriggio un amministrazione già di per se “fantastica”.

Articolo interamente estratto da: IlVizzarro

sabato 18 maggio 2013

LA GRANDE MATTANZA!

Tutte le foto che seguono sono dei provini
originali delle foto di A.Lomax  (1954) conservati
nell'archivio dell'Accademia Nazionale di S. Cecila (Roma) 

Quando era bel tempo mi piaceva sedere su quello scoglio, che si proietta in mare come un alto podio, staccato dall’appicco pliocenico su cui sorge il mio paese. Di lassù si poteva ammirare lo stupendo tramonto del sole, un tramonto eccezionale, specie da giugno sino alla fine di agosto.

Infatti, in quel periodo, il sole ascende all’occaso, sempre più alle spalle dello Stromboli, quasi a volere incendiare l’attivo vulcano, ficcato in mezzo all’orizzonte come un enorme pan di zucchero, spesso rallegrato da un bianco pennacchio di fumo, che lo fa sembrare, anche, un gigantesco transatlantico in festosa crociera. Tutto questo io notavo, affascinato da tanto suggestivo scenario, siccome il mio paese si erge quasi al centro del Golfo di S. Eufemia Lamezia, sulla sponda tirrenica della Calabria.

Mentre da tutta l’estesa scogliera si spandeva un acuto profumo di alghe, che, colpendo le mie narici, mi faceva respirare a pieni polmoni, con voluttà, una cosa meravigliosa era, poi, vedere le lampare, che, calato il sole, si spingevano sempre più al largo, punteggiando il mare di cento vivide fiammelle. Di quella festa di luci avrebbero fatto le spese quintali e quintali di alici argentee e guizzanti, le quali, attratte da tanto bagliore, si sarebbero lasciate prendere nell’agguato mortale delle reti.

Queste cose io potevo ammirare da un giorno all’altro, senza stancarmi mai, perché lo spettacolo, anche se promosso dagli stessi uomini e dagli stessi elementi scenici, era, sebbene ricorrente, pur sempre bello.

Nelle giornate di tempesta le onde fragorose smorzavano la loro furia ruggente contro la massiccia barriera degli scogli ed a me piaceva sentire sulla faccia la carezza live degli spruzzi nebulizzati, che il vento mi portava, dopo averli rapiti alle smerlettate creste dei marosi spumeggianti.

Accanto a me, spesso, era un vecchio pescatore, Giovanni, soprannominato «Giappone», perché imbarcatosi da giovane su navi mercantili, aveva compiuto lunghi viaggi nell’Estremo Oriente. Anzi, per ben due volte, vi aveva fatto naufragio, salvandosi, in entrambe le occasioni, grazie all’aiuto di pescatori giapponesi, particolarmente abili e temerari in mezzo alle ciclopiche bufere, che squassano i mari del loro pittoresco arcipelago.

Egli sapeva raccontare con efficacia, anche se non aveva studiato, e ricordava, pronunciandoli correttamente, i nomi delle molte località toccate nel suo vagabondare per mare.

Era un bel vecchio, «Giappone». Aveva la faccia, cotta dal sole e dalla salsedine, scavata da lunghe rughe profonde, dove non era ricoperta dalla folta barba bianca, che gli donava un’aria solenne, ieratica, come quella di un biblico patriarca. Dalla sua strana pipa, vendutagli da un indigeno delle Molucche, non si stancava di tirare del fumo con ampie boccate, visibilmente compiaciuto per le prestazioni della sua «ciminiera», come egli, affettuosamente, soleva definire la sua vecchia, inseparabile pipa. Le sue avventure erano state numerose, tragiche e comiche. Non priva di brivido e di «suspense» era quella capitatagli al largo di Singapore, allorché con altri venti compagni, dopo che la nave era affondata a causa di uno spaventoso tifone, si era trovato su una scialuppa dal fasciame sconnesso, circondata dagli squali, pronti a ghermire chiunque, per stanchezza o per disattenzione, fosse caduto in acqua.

Invece, imbarazzante era quella accadutagli ad Aden, allorché un arabo gli voleva vendere la propria figliola quindicenne per poche lire, avendo mal capito un segno di ammirazione che «Giappone» - come ho già detto – vanta, oltre a diversi ricordi storici, fra cui la fucilazione di Gioacchino Murat, anche delle attività peculiari, come quella di una tonnara, ormai disattivata da anni, il cui anno di nascita si perde nella notte dei tempi. La ingegnosa trappola era tesa alla fine di una lunghissima rete di sbarramento, che, partendo dalla spiaggia «Seggiòla», raggiungeva la tonnara vera e propria a circa due miglia verso il largo; essa rimaneva in attività per un periodo che andava dai primi giorni di maggio, fino alla seconda decade di giugno, cioè quando il tonno si avvicinava alla costa per la riproduzione e vi trovava, insieme, amore e morte.

La tonnara offriva da vivere ad un centinaio di pescatori e rappresentava una delle poche fonti di lavoro e di guadagno per la gente di questa povera zona della costa calabra.
Le annate di pesca erano legate alle alterne vicende della stagione e, quindi, del mare; esse non erano sempre ricche, anche se, raramente, risultavano deficitarie, tranne che non si fossero commessi errori nel predisporre il complesso sistema delle reti formanti, in blocco, la tonnara.

Tale sistema, tenuto segreto fra poche famiglie di tonnarotti, veniva tramandato gelosamente da padre in figlio. Colui che si assumeva la responsabilità di far collocare le reti era quasi sempre persona anziana, assai esperta, quindi, e prendeva il nome di «rais», cioè di capo della ciurma, secondo un termine mutuato dagli arabi, qui venuti da dominatori, i quali avevano per primi ideato il marchingegno della tonnara così come arrivata ai nostri tempi.

Dalla capacità del «rais» dipendevano le sorti della pesca; se sbagliava, un danno gravissimo si abbatteva sulle spalle del finanziatore dell’impresa, il quale rischiava un cospicuo capitale.
Dunque, moltissimi anni fa «Giappone» asseriva che un «rais» bravissimo di nome Emanuele, era stato gettato in carcere, perché si era al 10 di giugno e la tonnara non aveva pescato niente, nemmeno un solo tonno, così come la consuetudine voleva, affinché egli fosse scagionato da ogni responsabilità. Il povero «rais» Emanuele, dalla grata della prigione, guardava disperato il mare calmissimo e la tonnara affogata nel sole cocente dell’estate ormai prossima. Egli ripassava nella propria mente tutte le operazioni che aveva fatto compiere ai tonnarotti per calare, nei modi dovuti, le reti in acqua. Se le ripeteva cento volte il giorno, senza scoprire nulla che non andasse bene, che non fosse stato fatto come negli anni precedenti, quando la pesca del tonno era stata sempre copiosa ed a lui, di riflesso, erano stati elargiti premi particolari e attestati di benemerenza.

Certamente non dipendeva da eventuale sua inettitudine se, quell’anno, non c’era stato ancora lo spettacolo cruento e affascinante della mattanza, ultimo capitolo della vita libera dei tonni, fatta di corse veloci nelle limpide acque del Mediterraneo.
Ed allora, perché la tonnara non pescava? Perché tanta iattura era piombata su di lui? Mentre così tormentava il suo cervello, sentì suonare la campana annunciante la solenne processione dell’indomani in onore di Sant’Antonio da Padova.

Buono e pio come era, il buon «rais» cadde in ginocchio e, col cuore colmo di dolore, si mise ad invocare a gran voce la protezione del Santo, chiedendo:
- O miracoloso Sant’Antonio, domani, 13 giugno, proprio allo scadere del periodo propizio alla pesca, fammi la grazia di fare entrare almeno un solo tonno nella trappola, affinché sia chiaro a tutti che io non ho commesso errori di sorta!... -.

Così pregò, sino a quando, travolto dal nodo di pianto che lo stringeva alla gola, più non gli riuscì di parlare.

L’indomani, una brezza sostenuta fece increspare il mare, creando condizioni ideali per indurre i tonni a muoversi lungo l’arco del Golfo, facendoli finire, poi, contro la rete di sbarramento della tonnara e, quindi, nell’intricato labirinto della trappola insidiosa, ove vanamente si sarebbero dibattuti, fra un ribollire di spume, causate dai possenti colpi delle loro code, alla disperata ricerca di una via di scampo verso il libero mare aperto, perduto per sempre!

Il povero «rais» Emanuele guardò fuori dalla grata della cella, rinnovando, più fervida, la preghiera fatta la sera prima a Sant’Antonio. Poi, quando la statua del Santo già avanzava in processione per le vie del paese, accompagnata dalla moltitudine dei fedeli e del clero salmodiante, fra scoppi di mortaretti e di allegre marcette di una rumorosa banda musicale, al suo occhio esperto non sfuggì un insolito movimento fra le barche della tonnara, là ove è posta la cosiddetta «camera della morte».
Poco dopo, infatti, sul pennone della barca più grande vide innalzarsi il convenuto segnale, preannunciante l’imminente mattanza.

Non c’era dubbio: la tonnara si apprestava a pescare! I tonnarotti, fra poco, tirando su la pesante rete della «camera della morte», avrebbero intonato le loro lunghe nenie, fatte di frasi semplici e toccanti, con ringraziamento al buon Dio e al loro padrone, il quale avrebbe loro elargito una ricca mercede, proporzionata alla quantità del pescato, mentre ai tonni, avrebbero chiesto di perdonarli per la crudele morte a cui li avrebbero destinati.

Era, dunque, la fine di un incubo tremendo, che rischiava di fare impazzire l’esperto ed onesto «rais», se non si fosse risolto in bene, col sapore di un miracolo; di un miracolo di altri tempi, allorché gli uomini, più buoni di quelli di oggi, lo meritavano!

E riuscì davvero una giornata memorabile, quella, perché furono catturati più di 13.000 tonni, tanto che non si sapeva dove metterli, quando venivano scaricati a riva dalle barche ed ammucchiati sulla lunga spiaggia. Perciò, fu consentito a chiunque di portarne via quanti più potesse, ed anche dai paesi vicini vennero a prenderne in gran copia, quando la notizia della pesca eccezionale si sparse.

L’arrosto di tonno fu il cibo più consumato per parecchi giorni sulle mense di una vasta zona della Calabria e sfamò migliaia di poveri, i quali mai avevano potuto mangiare con tanta abbondanza e a così poco prezzo!...

Il buon «Giappone», finendo di raccontare, aveva gli occhi lucidi di commozione e di gioia: davanti ai suoi occhi cilestrini riviveva la pesca miracolosa di quel lontano 13 giugno di tanti e tanti anni fa!

di DAVID DONATO
(5 ottobre 1926 - 20 gennaio 2009)
Poeta, commediografo, scrittore e giornalista.
Estratto dalla raccolta “Carosello Pizzitano” (1979)


lunedì 13 maggio 2013

LA LEGGENDA DELLA MITRAGLIATA AEREA INFISSA NEL PASSAMANO IN FERRO ...


Il colpo di mitraglia aerea dinanzi al Parrucchiere Trimboli
E' quasi diventata una piccola legenda metropolitana. Alcuni anziani amano raccontarne i particolari tra una partita a carte ed una passeggiata ciondolante sul corso, altri, più giovani, provano ad indicarne il punto preciso, senza mai dare particolari utili ad identificarli.

Eppure sono lì, stabilmente impressi nel ferro forgiato a mano dell'ottocentesca ringhiera del Corso, muti testimoni dell'evento tragico vissuto dal nostro borgo marittimo alla fine della II guerra mondiale.

Il colpo di mitraglia aerea dinanzi all'ex Miramare
Spinti dalla voglia di documentarne stabilmente la presenza, ieri abbiamo cercato lungo la parte più antica del passamano, i segni rimasti della mitragliata aerea.
Non sappiamo precisamente l'anno nè la data precisa dell'incursione aerea, ma di certo l'episodio è compreso tra l'agosto del 1942 ed il settembre del 1943.

Sono sette i colpi individuati e ben visibili, entrambi compresi tra lo spazio del Parrucchiere Trimboli e l'ex Albergo Miramare.
Immaginiamo la sventagliata di colpi infilarsi nel ferro e cadere sulle basole di pietra. L'inclinazione dei colpi, da nord verso sud, fornisce l'indicazione che l'aereo prese di mira il porto durante il suo viaggio di rientro nelle basa aerea posta nel Nord Africa.

  

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