mercoledì 27 aprile 2011

3 AGOSTO 1954: L'AMERICANO ED I TONNAROTI NEL PORTO!

E' stato emozionate ieri sera scoprire il sito della Association for Cultural Equity (culturalequity.org ), nel quale è online gran parte dell'archivio fotografico dell'etnomusicologo americano Alan Lomax.
E' una emozione che vogliamo condividere con voi, pubblicando alcuni fotogrammi scattati il 3 agosto del 1954 nel porto di Vibo Marina, legati all'attività dei tonnaroti.
Brevemente ricordiamo che a bordo di un pulmino nel 1954-55 Alan Lomax realizza un viaggio in Italia assieme a Diego Carpitella, per effettuare le registrazioni, da utilizzare con la BBC e la Columbia, dei suoni e dei canti popolari. Un viaggio avventuroso che lo porterà a trascorrere qualche giorno tra i tonnaroti prima a mare, a bordo dei barconi della tonnara ed infine nel porto. I canti qui registrati sono ormai entrati nella storia delle tradizioni popolari, ma le foto (bellissime ed uniche) di quell'inedita intesa tra l'americano ed i tonnaroti ... erano ancora sconosciute ai più. E' impressionante notare la forte similitudine tra il trasporto delle ancore a riva e le processioni devozionali: ogni ancora è portata a spalla da decine di uomini al pari delle statue di santi e madonne.
Da qualche mese sono online le circa 150 foto realizzate in quel giorno e riscoprirle farà certamente comprendere quanto andiamo dicendo da anni: riscoprire la cultura del mare partendo dall'uomo, valorizzare le nostre tonnare è impossibile senza la ricerca, lo studio e la memoria.
Abbiamo perso tante occasioni per valorizzare le nostre ricchezze, altre ancora ne perderemo ... e mentre noi arranchiamo dinanzi all'abbandono, allo sfacelo ed a tristi prospettive. Altrove celebrano la nostra storia ... mentre da noi la rimuoviamo. Oggi però ci rianimano le emozioni che il web inaspettatamente ci offre!
Cercheremo in questi giorni di contattare la Fondazione e di comprendere come realizzare qualcosa assieme per valorizzare quell'incontro tra l'americano ed i fishermen del nostro porto. Nessuno tra i vecchi tonnaroti ricorda il suo nome, ma basta accennargli de "l'americano" ed i loro ricordi riprendono vita. Così come quell'agosto del '54 è ancora vivo tra gli appunti del Lomax impressionato per la possente figura del Boss della Tonnara, ripreso al fresco dell'ingresso di un bar (il mitico bar pasticceria Comi!), e chiamato "Pescecane" dalla ciurma dei suoi tonnaroti ... che non vedevano una lira dall'inizio della stagione!






link alle immagini fotografiche The Association for Cultural Equity (ACE)

mercoledì 20 aprile 2011

Ogni familiare dei mafiosi puo' far implodere dall'interno l'Organizzazione...

Solo dalle cronache dei quotidiani locali apprendiamo che nella nostra città la notte fischiano i proiettili o che le giornate di pioggia spengono le bombe ... così come delle rapine, dei furti ed altro ancora. Camminando lungo il porto, incrociando qualcuno o entrando in qualche bar non ti accorgi di nulla di tutto ciò: nessun allarmismo, nessun chiacchiericcio, nessuno sdegno rivela quanto scritto a piombo sulle pagine dei giornali.
E' questo clima, impercettibilmente caldo o impercettibilmente freddo, non attribuile ad alcuna stagione, che pensiamo sia importante ripubblicare sul nostro sito una interessante riflessione scoperta stamani sul sito del portale della "Casa della Legalità" di Genova. Lo riprendiamo per intero, con lo stato d'animo che si prova quando si tenta una semina fuori stagione!




"Chi nasce e cresce in una famiglia di mafia assume inesorabilmente la cultura propria di quel contesto. Sono rari i casi in cui vi è un rigetto e, quindi, la scelta della Dignità e Libertà propria che passa dell'uscire da quel circuito mentale, prima ancora che di comportamento.
Alcuni anni fa ricordo l'incontro con una bambina, di una famiglia di mafia, impiantata al nord da decenni. Quella bambina aveva occhi pieni di lacrime che non riuscivamo ad uscire quando ci ha chiesto conferma di ciò che si diceva su quella sua famiglia... Una conferma che si faceva fatica a spiegarle, perché davanti si aveva una bambina che già sapeva, ma che avrebbe voluto che quello fosse solo un incubo... E' difficile raccontare una realtà cruda ad una bambina. Questa voleva capire, voleva quella conferma che non avrebbe, al contempo, mai voluto avere...
E non è più facile incontrare chi da quella realtà, che materialmente tutto ti garantisce, ha scelto di uscire e di denunciarla. Non è facile perché si è consapevoli che il percorso non è facile, perché anche nei settori di controllo vi sono soggetti legati all'altra parte... perché anche il sistema di protezione non funziona sempre con efficacia... perché, soprattutto al nord, si è voluto e si vuole ancora ignorare di prendere atto che la mafia è qui e ci ha colonizzati, affermando sempre di più non solo la propria rete di potere, ma anche quella cappa di omertà e di intimidazione che può rendere la vita impossibile a chi sceglie di combatterla...
Anche incontrare chi ha scelto da ragazzo di dissociarsi da quella cultura e dalla pratica criminale che coinvolge tutti coloro che si ha intorno, dai genitori, ai fratelli, al parenti più stretti, non è facile. E non lo è perché questa persona, che nel frattempo si è costruito una vita con la sua nuova famiglia, ne ha subite di tutti i colori... e non solo e soltanto da quel nucleo familiare da cui si è staccato per non essere partecipe di quella cultura e pratica mafiosa, ma soprattutto dalla società, dalla comunità che ha intorno... I settori di controllo che per quieto vivere o complicità quasi lo deridevano, così come quei semplici cittadini lo isolavano come avesse la peste, per non inimicarsi i potenti boss e scagnozzi vari.
Quando incontri chi ha scelto di non starci, in qualunque dei modi di cui si è parlato, incontri prima di tutto la loro umanità. Una dignità e spirito di libertà che è difficile incontrare anche nella cosiddetta "società civile". Una radicata determinazione ad affrontare le ferite più dure, quelle che derivano dalle costanti e pesanti azioni di intimidazioni, di denigrazione ed isolamento che vengono messe in atto...Quando incontri chi ha scelto di rompere con le famiglie mafiose in cui è nato, o in cui è cresciuto, ho incontrato il vero onore, quello della responsabilità delle scelte personali e del vivere nel rispetto degli altri, persone eguali e con gli stessi Diritti... quello di chi ha dovuto essere capace di cadere e rialzarsi, una, dieci e mille volte, nell'affrontare non solo i costanti colpi bassi, ma anche tutte le normali difficoltà ed i sacrifici che, per chi ha fatto quella scelta di onestà, si moltiplicano... Perché, quasi sempre, in questo Nord tanto civile, quando rinunci ai soldi facili sei considerato un pazzo, così come pazzo sei considerato se denunci la mafia.
Ecco che quando si incrocia questa umanità, che ha scelto di "rompere" con quella cultura e pratica mafiosa, ti senti ancora più responsabile di non fare abbastanza... ed allora capisci che bisogna andare avanti, costi quel costi, anche per far sì che quelle lacrime loro, esternazione delle ferite che portano dentro di colpe che non hanno, possano essere asciugate dalla Giustizia, ma, ancor prima, da una comunità che deve avere il coraggio di abbracciali e sostenerli, anziché isolarli o ignorarli. Non è solo questione di "Legge", anzi qui la Legge non c'entra nulla... E' questione di affermazione di una comunità che rigetta le intimidazioni e la cultura omertosa e sceglie di sostenere il cammino di chi ha imboccato la strada giusta in cui vivere e crescere i propri figli.
Ma queste persone sono troppo poche, ancora... E, invece, troppo spesso, come anche in questi giorni, dopo le rivelazioni delle riunioni dei boss mimetizzate dietro cerimonie come un battesimo o un funerale, a Genova o Savona, città del nord, c'è qualcuno che dice che si "disonorano" persone "perbene"... Ad affermarlo, quasi sempre, sono esclusivamente persone che da quell'ambiente sono venute, che in quelle famiglie sono cresciute, o che da quell'ambiente hanno avuto quei favori che devono rendere a vita... perché la mafia pretente questo, vuole la fedeltà assoluta e cieca.
Queste persone devono capire che la strada del disonore, della vergogna e dell'infamia è proprio quella di quelle famiglie di mafia, che piegano la dignità e la libertà di chiunque... che uccidono non solo sparando (anche se ancora lo fanno), ma soprattutto uccidono soffocando territorio ed economia, colpendo con la denigrazione e l'isolamento chi non si piega a loro. Queste persone che difendono l'indifendibile, perché la loro formazione culturale è stata forgiata in famiglie mafiose, devono trovare la forza di capire e cambiare strada, perché è possibile. E perché lo capiscano bisogna dargli un aiuto esterno, che dia quello scrollone necessario ad aprire i loro occhi e guardare la realtà dei fatti. Devono quindi sentire il disprezzo sociale per quella cultura e pratica mafiosa... devono percepire l'attenzione e l'indice puntato... ascoltare e leggere quei nomi una e mille volte... finché non capiranno che "le corti" ai loro nonni, padri, madri, o fratelli e sorelle, non sono per rispetto di persone "perbene", ma esistono per paura, per sudditanza e opportunismo.
Come abbiamo detto più volte, la mafia non è solo una questione penale, che compete all'azione repressiva dello Stato, ma è una questione che deve essere affrontata socialmente, dalla comunità... dai cittadini. La forza delle mafie - quella stessa forza che permette di inculcare alle loro nuove generazioni la cultura mafiosa come norma - si fonda sul consenso sociale e sull'omertà, ed è qui quindi che è dovere primario di ciascun cittadino intervenire, negando queste fondamenta!
Quanti sono nati o cresciuti in una famiglia di mafia, e non vogliono che il proprio cognome sia richiamato alle attenzioni per il disonore e l'infamia mafiosa, possono ripulire davvero quel cognome, uscendo da quei nuclei familiari e denunciandoli all'opinione pubblica ed allo Stato... Il legame di sangue non deve significare o giustificare l'accettazione fatalistica di un "appartenenza".
Un cognome ed uno stato di famiglia "mafioso" non significa schiavitù, perché ciascuno può scegliere di uscire, di riscattare quel nome e contribuire a colpire quel cancro chiamato mafia.
Chi vuole "staccarsi" da quei nuclei familiari che si sono fatti cosca, se saprà compiere il passo di rinuncia dei benefici a cui quell'appartenenza lo ha abituato, riuscirà a riacquistare non solo il rispetto sociale vero - non quello imposto dalla forza di intimidazione o dalla complicità e contiguità -, e sentirà soprattutto una liberazione della propria coscienza... Non solo potrà dimostrare che quel proprio nome non è sinonimo di mafia, ma potrà ripulirlo, non attraverso quelle mimetizzazioni tipicamente mafiose, bensì dando il proprio contributo di conoscenza di quelle realtà criminali (anche se mascherate da abiti candeggiati) ai reparti investigativi ed alla magistratura per colpire al cuore i sodalizi mafiosi.
Ecco quindi l'invito a chi, in questi giorni, vive un senso di "risentimento" perché i nomi delle proprie famiglie sono finiti, anche in Liguria, in prima pagina: non dovete provate risentimento verso chi nomina quei nomi di boss e sodali delle cosche, ma dovete provarlo per quei boss e quei sodali... per gli affari criminali (anche se mascherati da "imperi" imprenditoriali o ben accolti nei salotti bene). Salvate la vostra coscienza e salvate quella delle nuove e future generazioni delle vostre stesse famiglie... uscite e denunciate, raccontate tutto ciò che sapete, rifiutate di continuare a vivere nell'abuso e nella mistificazione, nella menzogna e nella prepotenza. Voi per primi potete staccare la spina e chiudere con il disonore e l'infamia che rappresentano quei nomi, quei soggetti, quelle pratiche mafiose.
Ormai, il muro di omertà è stato definitivamente incrinato e non vi sarà più scampo per i mafiosi, anche in questa terra di Liguria, da troppi decenni succursale di Cosa Nostra e colonizzata della 'Ndrangheta. Noi, nel nostro piccolo, siamo la dimostrazione che è possibile combatterli, affrontarli, indicarli e denunciarli, senza che loro possano far nulla per fermarci... Nel nostro piccolo abbiamo reso evidente che la forza di intimidazione delle mafie è direttamente proporzionale alla paura che si ha di esse... e, quindi, se non si cede alla paura ci si sottrae al loro controllo!
La partita può essere chiusa... i mafiosi possono essere colpiti, nelle loro libertà personali e nei loro patrimoni... ma ancor prima possono essere distrutti dalla comunità che lì può isolare...A questa sconfitta possono dare il proprio contributo quanti, all'interno di quelle famiglie di mafia, vogliono scegliere di cambiare strada, vogliono riscattare il proprio nome dall'infamia e dal disonore, quando non anche del sangue, con cui è stato intrisi dai mafiosi, loro stretti parenti. Non si sceglie in che famiglia si nasce, ma si può scegliere se vivere in una cultura e pratica che nega la dignità e libertà degli altri, ostinandosi nel difendere quel marcio che sono i mafiosi, oppure se vivere con dignità e onore vero, quello di una vita che rispetta gli altri come eguali e come parte della stessa comunità, con Diritti inalienabili e l'assaporare un cammino di vita che si costruisce giorno per giorno, potendo dormire sereni e potendosi guardare allo specchio senza provare vergogna.
Quanti vivono oggi in famiglie di mafia e sentono imbarazzo per questa appartenenza, compiano quindi una scelta netta, inequivocabile. Prendano esempio da quanti già l'hanno compiuta ed oggi possono, ad esempio, incrociare lo sguardo dei propri figli sentendosi riempire il cuore della gioia di avergli dato la cosa più importante: una vita fondata sul rispetto degli altri e della dignità umana! Possono scegliere, quindi, di costruirsi una vita con rapporti veri, fondati sulla vera amicizia, frutto di ciò che si è e non quindi dell'opportunismo, della sudditanza o, ancora oggi, di legami dettati dalle esigenze di alleanze ed interessi tra cosche. Quindi: uscite e denunciate, liberate la vostra coscienza e quindi il vostro futuro. Se lo vorrete fare, noi non vi lasceremo soli... e lo Stato è pronto... (perché ricordatevi sempre che se è vero, ed è vero, che anche all'interno delle Forze dell'Ordine e della Magistratura vi sono degli infedeli, "amici" o "a libro paga" dei vostri parenti mafiosi, questi sono un infima minoranza rispetto a quanti compiono il proprio dovere ogni giorno e senza mai piegarsi a condizionamenti, ricatti o intimidazioni)."

Scritto da C. Abbondanza /estratto interamente da casadellalegalità.org

martedì 19 aprile 2011

LA CHIUSURA DELLA DOGANA, NELLA ZONA FRANCA VIBONESE!

E così ... si avvicina il rischio chiusura della Dogana nella nostra città portuale!
La notizia non ci sorprende più di tanto, anzi. Siamo sempre stati convinti che alla città portuale sia stato assegnato "scientificamente" un ruolo di "zona franca", dove fosse possibile fare quanto non è possibile fare nei luoghi dove è necessario praticare qualche forma di legalità; un "non luogo" dove dare sfogo a tutte le contraddizioni che il "sistema" deve allontanare da se, ma assolutamente da non contrastare, per non perderne le cospicue rendite elettorali.
E' ovvio dunque che specificatamente la soppressione della Dogana è funzionale a tale visione!
Più Zona Franca Urbana di cosi!!!

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venerdì 15 aprile 2011

ASSESSORI PER UN GIORNO!!!

Il Comune di Vibo Valentia (Assessorato alle Politiche Giovanili), l’Avis – Sezione Comune di Vibo Valentia, il C.S.V. e il Servizio Civile Nazionale, al fine di stimolare l’interesse dei giovani vibonesi alla vita pubblica e al rapporto attivo con le istituzioni locali, di incentivare l’impegno civile, lo spirito propositivo e la cultura della partecipazione e di valorizzare le capacità creative e le propensioni progettuali delle nuove generazioni, hanno indetto il concorso “Assessore per un giorno” .

Purtroppo la partecipazione al concorso è ammessa esclusivamente a gruppi composti di tre studenti, ma non è detto che anche a qualche gruppo meno giovane ... non sia negata la possibilità di parteciparvi: val sempre la pena provarci.

Per partecipare i concorrenti dovranno cimentarsi nella elaborazione di un’idea/progetto concretamente realizzabile nell’ambito del Comune di Vibo Valentia. La migliore idea/progetto verrà ovviamente premiata purchè attinente ed una delle seguenti aree tematiche:


  1. impegno civile, utilità sociale e salvaguardia delle fasce deboli;

  2. miglioramento della qualità della vita del mondo giovanile;

  3. sviluppo sostenibile, salvaguardia ambientale e tutela del territorio;

  4. servizi urbani per i giovani (tempo libero, sport, cultura, socializzazione e innovazione tecnologica).

Gli elaborati dovranno pervenire, a pena di “inammissibilità della domanda”, in forma anonima (?), all’Ufficio Protocollo del Comune di Vibo Valentia entro le ore 12:00 del 23 maggio 2011, in busta chiusa formato A4, con raccomandata A/R o mediante consegna diretta del plico. Sulla busta occorrerà inserire la seguente dicitura :

“CONCORSO POLITICHE GIOVANILI “ASSESSORE PER UN GIORNO” – I GIOVANI E LA CAPACITA’ DI DONARE”.

sabato 9 aprile 2011

LA TONNARA ABBANDONATA!*


* post "Abbandonata la Tonnara" pubblicato in Gli articoli per Il Quotidiano della Calabria, del 7 aprile 2011

"Un complesso architettonico di grande interesse storico quello della Tonnara di Bivona, condannato, però, a breve esistenza, visto lo stato di incuria ed abbandono in cui, da svariati anni, si trova. Difficile credere, infatti, osservando le barche poste in una zona recintata adiacente la piazzetta di Bivona, (alcuni esemplari delle quali sono ormai dal legno marcio o, peggio, ridotti a carcasse), che si tratti proprio degli ultimi testimoni del periodo in cui la frazione costituiva un polo industriale dalla flotta all'avanguardia e competitiva. Un degrado tanto più grave se si pensa che a questo complesso, vista la distruzione delle altre tonnare del vibonese, è ormai affidata la memoria storica di questo particolare tipo di attività, un tempo punto cardine e fonte di sviluppo. Uno sviluppo che, oggi, potrebbe essere intravisto recuperando il tutto facendone, finalmente, una risorsa turistica per tutto il territorio.



A dirlo è stato Nunzio Gaetano Canduci, la cui vita, in quanto figlio dell'ultimo Rais, è stata vissuta a stretto contatto con le alterne vicende della Tonnara in questione. Il padre ha infatti, come i suoi predecessori, svolto un ruolo essenziale per il funzionamento di ogni attività legata alla pesca del tonno, oltre a quella, fondamentale, di dirigere e comandare le attività dei pescatori. «Spesso mi privo di tornare in quei posti per non vedere un degrado che mi provoca una stretta al cuore, visto che la mia famiglia ha vissuto e lavorato nello stabile per mezzo secolo», ha infatti esordito Canduci.
Lo stabile in questione, di proprietà statale e attualmente in uso all'amministrazione comunale, è infatti composto dalla palazzina gentilizia in cui risiedeva il Rais con la sua famiglia, dall'ampia loggia in cui oggi trovano riparo le barche della mattanza più "fortunate" (a differenza di quelle che, fuori, sono costantemente esposte alle intemperie climatiche), e dalla piccola cappella patronale, oggi chiusa alle visite ma che, riferisce sempre Canduci, «versa in uno stato di degrado avanzato». Il tutto rappresenta, o meglio dovrebbe rappresentare, un fulgido esempio di archeologia industriale ancora esistente, legato alla pesca in Calabria. «Gli ultimi interventi, soprattutto di pavimentazione e manutenzione generale, risalgono a poco dopo l'alluvione: dopo la pulitura dal fango delle barche e dell'interno delle struttura e le riparazioni destinate alla cappella, infatti, non è stato fatto nulla, per quanto molte siano state le promesse fatte riguardo a possibili riparazioni destinate alla tettoia e alla salvaguardia delle barche, autentici reperti con più di un secolo di storia, per mezzo dell'intervento di maestri d'ascia. Le problematiche – ha riferito sempre Canduci – sono arrivate in consiglio comunale durante il periodo dell'amministrazione Sammarco, ma il fatto che non vi sia stata trovata soluzione, lo si può vedere con i propri occhi». Ancora, lo stabile è «continuamente interessato da atti di vandalismo, e molto ormai non si può recuperare». Un buon motivo per continuare a lasciare la Tonnara nell'incuria più totale? «No», ha riferito ancora Nunzio Canduci, infatti «alcune barche, al loro interno, sono quasi integre, e per tutelarle molto di più di quanto si faccia adesso, sarebbe sufficiente spostarle nella loggia, dove è già posta qualche barca. Le sollecitazioni, a questo proposito, risalgono al periodo precedente all'amministrazione Sammarco, e anche queste sono rimaste del tutto inascoltate". Altrettanto oggetto di incuria, il piccolo parco destinato ai bambini che si trova proprio a ridosso della zona recintata esterna che contiene «autentici pezzi di storia come il rimorchiatore "Caterina", " 'u Scieri" e la "Musciara", cioè una barca di servizio». Per la manutenzione dell'intera zona, l'intervento dei volontari, ha proseguito Canduci «ha fatto tanto, visto che gli stessi si sono impegnati a renderla maggiormente vivibile, tagliando l'erba e, grazie all'aggiunta di giochi, facendone un'area per bambini», che però non viene assolutamente considerata, vista la presenza di piccoli rifiuti sparsi un po' ovunque. Insomma, un degrado generalizzato che colpisce un'insieme di strutture il cui recupero «incentiverebbe molto gli aspetti turistici, visto che in tutta Bivona non c'è nient'altro che abbia un tale interesse storico. La sua trasformazione in museo, cosa avviata con l'inserimento dell'illuminazione all'interno della loggia e mai completata, costituirebbe infatti, assieme al recupero dell'intero complesso, un buon punto di partenza per riconsiderare positivamente il tutto, facendone uno strumento concreto di crescita per Bivona e non solo». L'appello, dunque, di Nunzio Canduci rivolto all'attuale amministrazione comunale, vuole essere «uno stimolo affinchè gli interventi riprendano al più presto, di modo che un bene così importante non scompaia. Soprattutto la cappella, cui sono state sottratte le statue dei santi in essa contenute, è completamente dimenticata e necessiterebbe di interventi urgenti visto lo stato di degrado avanzato. E pensare che per molto tempo è stata simbolo di questa comunità e sede di importanti funzioni religiose che creavano affluenza da ogni parte del Vibonese. In questi luoghi ho trascorso la mia gioventù e non voglio assistere alla loro scomparsa», è stato il commento conclusivo di Nunzio Canduci." Ci è piaciuto molto l'articolo pubblicato l'altro giorno sul Quotidiano della Calabria a firma di Zaira Bartucca, ne condividiamo in tutto il modo ed il senso. Lo consideriamo dunque a buon titolo un bel contributo per il recupero della Tonnara di Bivona! Grazie Zaira e Grazie Nunzio! (brano estratto integralmente dal blog dell'autrice [http://calabro9.ilcannocchiale.it/] A noi non resta che aggiungere, dinanzi al permanere di tanto degrado, una nota positiva. Era il 1991 quando crollò il solaio della cappella della Tonnara, mettendo in evidenza il rischio per l'intera struttura: Dopo quasi 20 anni dal Decreto Ministeriale di Vincolo, del 6.12.1991, ai sensi della L. 1089/1939, nei quali tanti sono stati gli studi, articoli di stampa, iniziative, incontri, scontri e ricerca di fondi per il suo recupero, restauro e valorizzazione ... il futuro Museo della Civiltà del mare è stato inserito dall’Assessore Regionale alla Cultura Mario Caligiuri nel Censimento dei Musei dalla Regione Calabria. La presenza nel documento regionale della Tonnara e del suo uso museale (vedi pag. 19) è in qualche modo una importante garanzia per il suo definitivo recupero e dunque del suo inserimento nella Rete Museale della Regione! La Regione continua a sostenere il recupero della Tonnara, ma quello che finora è mancato è esclusivamente l'impegno locale. Sta a noi invertire questo dato, unire le forze, le idee e l'impegno affinchè quello che sembra oggi un traguardo ancora lontano diventi nel più breve tempo un traguardo raggiunto! [scarica intero documento in pdf]

giovedì 7 aprile 2011

LA CITTA' E LA REGIONE STANNO PER PERDERE UN ALTRO TESORO: LA COLLEZIONE CAPIALBI. IMPEDIAMO INSIEME CHE QUESTO ACCADA!


Giunge come un temporale di marzo la notizia che sarebbe intenzione degli eredi Capilabi trasferire a Roma l'intera collezione di Vito Capialbi, se non addirittura venderla al migliore offerente. La notizia, ormai confermata, sarà una vera e propria iattura per la città di Vibo Valentia, privandola definitivamente di quello che rappresenta il vero e proprio "tesoro" della nostra comunità! Chi era Vito Capialbi? Nacque a Vibo Valentia (allora Monteleone di Calabria) il 30 ottobre del 1790, fu tra l’altro e più volte decurione (ossia uno dei rappresentanti comunali scelti nel ceto dei possidenti), giudice del Tribunale di Commercio, consigliere provinciale e sindaco della città dal 1817 al 1819. Ma la sua vera passione intellettuale erano gli studi di archeologia: nel suo studiolo "procul civilibus undis" (lontano dai marosi della politica) raccolse quanto poteva della storia calabrese, dagli antichi libri ai reperti archeologici, dalle incredibili epigrafi alla raccolta numismatica più imponente della regione. Nel maggio del 1829 diventa socio corrispondente dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica da poco fondato con sede a Roma e fu invitato a inviare notizie e descrizioni degli scavi che si eseguivano nella città e nel suo territorio, illustrazioni di monumenti venuti alla luce e informazioni sui documenti epigrafi ci e su monete e medaglie rinvenute. Morì il 30 ottobre del 1853 e la sua città gli ha sempre reso onore e gloria, intestandogli vie, scuole ed il Museo Archeologico Statale.

Ma il vero animo del sindaco più illustre della storia di Vibo Valentia è racchiuso ancora nel suo palazzo: in quelle stanze quasi sempre inaccessibili è come se il tempo si fosse fermato alla metà dell'800. In esse la storia si respira in ogni angolo, in ogni parete, in ogni armadietto: il rischio che ben presto diventino stanze vuote, facendo perdere alla città la sua vera essenza, è ormai dietro l'angolo!



venerdì 1 aprile 2011

IL 48 NELLA RADA DI SANTA VENERE, TRA RIVOLUZIONE, ESPLOSIVI ED AUDACIA


Il contributo dei patrioti vibonesi all’unificazione di Saverio Musolino *

Qual è stato il contributo della Calabria al processo di unificazione dello Stato Italiano? E quale, nella specie, l’apporto dei patrioti originari del circondario vibonese? Chi volesse rispondere all’interrogativo consultando i manuali in uso nelle scuole troverebbe pochi elementi. Della Calabria risorgimentale, in quei testi - che sono quelli su cui si sono formate e continuano a formarsi generazioni di italiani - vi è molto poco: si parla certo dei Fratelli Bandiera, che però erano veneziani e che in Calabria trovarono solo la morte. Poco o nulla si dice dell’apporto dei calabresi al buon esito della spedizione dei Mille, omettendo di evidenziare il ruolo avuto da Benedetto Musolino (foto), di Pizzo, che la notte dell’8 agosto 1860, su disposizione dello stesso Garibaldi, attraversò lo Stretto al comando di 200 uomini, a bordo di piccole barche, per assaltare il Forte di Altafiumara: l’impresa non riuscì per il tradimento di alcune guide, ma i 200 riuscirono a riparare sull’Aspromonte dove, oltre a svolgere un’attività di guerriglia, presero contatti con le comunità locali, agevolando la venuta del Dittatore, che sbarcherà nei pressi di Melito una decina di giorni dopo. La vicenda è testimoniata da una stele marmorea, apposta in S.Trada dal Comune di Villa San Giovanni nel 1961 e da una corrispondenza epistolare attraverso le due sponde dello Stretto, tra il patriota calabrese e il Dittatore. Dell’apporto dei “prodi calabresi” alla spedizione ne darà atto in un noto proclama lo stesso Garibaldi il quale, dopo aver superato la resistenza borbonica in Calabria, “viaggerà” speditamente verso Napoli e il Volturno. Altrettanto inspiegabile è la reticenza dei manuali sulla setta dei Figlioli della Giovane Italia, fondata nel 1832 da Benedetto Musolino, che fu l’unica Giovane Italia diffusa nel meridione, dove di Mazzini non arrivò che l’eco di alcune pubblicazioni: quella setta era diversa e contrapposta per organizzazione a quella del patriota genovese, ma da una certa storiografia viene a quella omologata. L’equivoco è stato perpetrato anche nel recente film “Noi credevamo” ad opera del regista Martone, che ha coscientemente oscurato la setta del Musolino, di cui faceva parte il patriota Domenico Lopresti, anch’egli di Pizzo, che nella fantasiosa versione cinematografica diventa campano e mazziniano. Sulla vicenda, com’è noto, vi è stata la vibrata protesta del Presidente della Provincia di Vibo Valentia, Francesco De Nisi, l’unico rappresentante delle istituzioni calabresi che ha inteso reagire al “sopruso” perpetrato ai danni di un’intera regione, rivendicando la genuinità dell’apporto dei patrioti calabresi e vibonesi in particolare, tanto da indurre il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a prendere posizione sulla vicenda e a negare al film in questione ogni valenza documentaristica, definendolo come una mera e “libera espressione artistica”. C’è da augurarsi che qualcuno riferisca questa verità al regista Martone, il quale continua a pontificare da tutti gli schermi e ad osannare quell’opera come espressione di un resoconto storico. E c’è da auspicare che questo aspetto venga posto nel giusto rilievo quando, tra non molto, l’opera, dalle sale cinematografiche, entrerà nelle case di tutti gli italiani, attraverso il piccolo schermo. Tornando alla domanda iniziale, la risposta dovrà essere ampiamente affermativa se, prescindendo dai testi scolastici, si ha riguardo ai fatti realmente accaduti, come testimoniati da una serie di studi e documenti che i manuali continuano ad ignorare. Ne emerge il ruolo attivo della Calabria, vera spina nel fianco della Monarchia Borbonica: fu proprio il vibonese, infatti, l’epicentro della cospirazione. Detto della setta del Musolino, concepita a Pizzo, si deve rilevare come, nel 1848, fu proprio in Calabria che venne organizzata la più vibrata reazione al voltafaccia del Re Ferdinando II, che aveva abiurato la concessa Costituzione: a Cosenza fu istituito un Governo provvisorio rivoluzionario - sotto la guida del Ricciardi, cui parteciparono anche il Musolino e il cosentino Domenico Mauro - che organizzò le operazioni rivoluzionarie, proponendosi non solo la liberazione dal Borbone, ma l’unificazione della Penisola, come inequivocabilmente testimoniato dal nome dell’organo ufficiale di informazione: “L’Italiano delle Calabrie” (diverse copie sono custodite nella Biblioteca civica di Cosenza). Il vibonese fu teatro di sanguinosi scontri con le milizie borboniche, dalla battaglia dell’Angitola all’eccidio di Pizzo del 29 giugno 1848, ove i borbonici, dimentichi delle benemerenze della cittadina per l’ausilio dato nella cattura del Murat, si vendicarono dei patrioti e dei Musolino in particolare, mettendone a ferro e fuoco il palazzo, lasciandosi dietro morte e distruzione.
Dalle vicende narrate dagli stessi protagonisti (Benedetto Musolino, “La rivoluzione del 1848 nelle Calabrie”), emergono anche gesti audaci, che possono stimolare la fantasia dei più giovani, come quello compiuto da alcuni patrioti napitini (tra i quali figurano Paolo Vacatello, Basilio Mele, Fortunato Valotta, Pasquale Musolino e Sebastiano Rosi), che, passando inosservati sotto il naso delle guarnigioni borboniche, raggiunsero il porto di Santa Venere (l’odierna Vibo Marina), prendendo d’assalto una feluca borbonica carica di esplosivo, riuscendo a caricare sulla loro barca e a trasportare presso la foce del fiume Angitola la polvere da sparo necessaria al campo di Filadelfia.

Le istituzioni locali, in primis quelle scolastiche, dovrebbero aiutare a riscoprire le gesta di quei patrioti, rese tanto più difficili in quanto svolte in un contesto particolare, tra le rappresaglie borboniche e l’indifferenza delle masse, che, occupate dai problemi di sussistenza quotidiana, non comprendevano il più delle volte il valore di quelle gesta. I movimenti risorgimentali furono, infatti, per lo più espressione di poche menti “illuminate”, non scaturirono in rivolte di popolo; coinvolgimenti delle masse vi furono nei fatti rivoluzionari del ’48 e, soprattutto, nel ‘60, quando le popolazioni vennero catalizzate dal carisma di Garibaldi, il quale diede prontamente riscontro alle sue promesse, concedendo le terre incolte ai contadini, con i noti decreti di Rogliano, che ebbero tuttavia breve durata (e tralasciamo qui di parlare della disillusione e delle rivolte che seguirono alla revoca di quei provvedimenti, che alimentò il fenomeno del brigantaggio).Ciò non vuol significare che quei patrioti costituirono delle eccezioni, delle monadi, delle meteore proiettate chissà da quale pianeta: furono uomini che vissero e si formarono in quel medesimo contesto, furono - per tornare al Musolino e ai patrioti vibonesi - espressione dell’ambiente politico–culturale di Pizzo e di Monteleone, realtà che costituivano, allora più di oggi, un ambiente che viveva in una simbiosi quasi perfetta. Furono eredi di quella elite che aveva sposato le tesi illuministiche e egalitarie propugnate dalla Rivoluzione francese e che, nel 1799, portò all’esperienza, breve ma intensa, della Repubblica Partenopea: lo stesso Benedetto Musolino era figlio di Domenico Musolino e nipote di un omonimo Benedetto, che avevano piantato l’albero della libertà a Pizzo e che poi subirono la sanguinosa reazione delle orde del Cardinale Ruffo, che riconquistò il regno ai Borboni. Ma agli ideali illuministici non furono insensibili neppure esponenti di primo piano delle gerarchie ecclesiastiche: in primis Mons. Serrao, da Filadelfia, divenuto in seguito vescovo di Potenza, dove piantò l’albero della libertà e giustificò, legittimandole agli occhi dei suoi fedeli, le idee propugnate dalla Repubblica napoletana; anch’egli ebbe a pagare tale scelta illuminata, cadendo per mano reazionaria. Anche l’abate Jerocades, originario di Parghelia, aderì alla Repubblica partenopea e diede un contributo all’affermazione delle tesi illuministe, attraverso i suoi scritti, che influenzarono una generazione di patrioti. È però la cattura e uccisione del Murat, avvenuta a Pizzo nel 1815, a fare definitivamente da spartiacque: da una parte i lealisti borbonici, che nella vicenda trovarono modo di acquisire onorificenze, dall’altra coloro che trassero dalla vicenda la forza per reagire, diventando ribelli, cospiratori, liberali, rivoluzionari. Partendo da questo retroterra politico e culturale si spiegano non solo l’affermarsi della setta dei Figlioli della Giovane Italia, ma ancor prima i moti del ’20-’21, che nascono in ambienti militari, per mano di giovani imbevuti di idee libertarie e carbonare, come l’ufficiale vibonese Michele Morelli. Quei moti porteranno alla concessione della Costituzione da parte del Re Ferdinando I e, una volta sedati, alla repentina revoca, secondo un copione che si ripeterà circa 27 anni dopo quando, nel 1848, Ferdinando II revocò la concessa Costituzione, perdendo un’occasione unica per tentare, con l’ausilio e gli auspici degli stessi patrioti meridionali, di indirizzare la storia d’Italia verso un altro esito, con l’unificazione da Sud di uno Stato federale. Ma su tutto prevalse la conservazione e la reazione, per ulteriori 12 anni. Queste esperienze fecero comprendere, una volta per tutte, ai patrioti meridionali che non ci sarebbe mai potuta essere una unificazione sotto i Borbone e li indusse a resistere alle lusinghe dell’ultimo Re della stirpe, Francesco II, spodestato da Garibaldi. Conseguenza quasi inevitabile della caduta dei Borbone fu la consegna del Regno meridionale e del futuro del Paese, oramai unificato, nelle mani del Re Savoia, certamente un monarca costituzionale ma molto più distante. L’unificazione si rivelerà, per molti versi, una vera e propria annessione, con l’estensione, a volte anche con l’uso della forza, dell’ordinamento sabaudo a tutto il Paese, compreso quel Mezzogiorno che era così peculiare e meritava una maggior attenzione alle proprie specificità. Da qui la disillusione da parte di molti di quei patrioti che avevano appoggiato lo Stato monarchico e unitario: ma questo è un altro capitolo, mentre oggi intendiamo rievocare la liberazione da una tirannia – e certo tale era la dinastia borbonica – e il contributo della Calabria alla nascita dello Stato unitario.


* discendente di Benedetto Musolino e curatore del sito www.benedettomusolino.it


Articolo redatto da Saverio Musolino per l'inserto speciale dedicato dalla Gazzetta del Sud al 150° anniversario dell'Unità d'Italia. Estratto da: Ufficio Stampa Provincia Vibo Valentia

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