giovedì 12 dicembre 2013

TONNARA DI BIVONA: INTERROGAZIONE AL MINISTRO PER I BENI CULTURALI!

La paradossale vicenda della mancata valorizzazione della Tonnara di Bivona si arricchisce di ulteriori episodi tragici, che non promettono nulla di buono sul futuro che attende il monumento storico più vilipeso dalla politica ... negli ultimi 150 anni.
Schermata delle indicazioni seggi del PD
Sfogliando il sito nazionale del Partito Democratico si scopre che è indicata come sede del seggio delle Primarie dell'8 dicembre 2013. Dopo un attimo di smarrimento, seguito dalla ricerca di conferme su FB, otteniamo riscontro dell'episodio, ponendoci uno scontato quesito:  ma dove sta lo Stato ed i suoi organi periferici?  Non riusciamo a comprendere come sia possibile utilizzare pubblicamente dei locali demaniali privi di agibilità, collaudo, concessione demaniale, conformità d'uso della BSE ... ed altro ancora!
Non sorprende che ad utilizzarlo in modo così inappropriato siano gli stessi che nel 2010, avendolo in abusiva subconcessione (seppur prima come associazione ed ora come partito politico), vi hanno realizzato una bella sfilata di mascherine carnevalesche; sorprende che, chiarito quanto il bene sia un cespite demaniale sottoposto a tutela, possa essere con facilità concesso senza alcun documento o atto che possa avere un briciolo di legittimità. Si continua con le parole a dire quanto sia primaria la valorizzazione del bene storico e poi si fa tutto il contrario. Possibile ci sia ignoranza tale da non sapere distinguere tra primario e primarie?

Come e' possibile che spazi 
cosi belli e ricchi di storia 
siano lasciati cosi'.
Come e' possibile che spazi
cosi belli e ricchi di storia
siano lasciati cosi'.
Abbiamo dunque deciso di mettere nero su bianco tutte le nostre perplessità, sia per rendere testimonianza storica del paradosso, che per proporre alla parlamentare/cittadina del M5S, Dalila Nesci,  di interpellare il Ministero dei Beni Culturali su questa vicenda. Interpellanza,  in passato presentata solo a parole da altri parlamentari, che la Nesci ha immediatamente rivolto al Ministro: "Per la “Tonnara di Bivona” ho appena presentato un’interrogazione al ministro dei Beni culturali Massimo Bray. Nell’atto di sindacato ispettivo ho chiesto «in virtù di quale norma e di quale titolo il bene risulta utilizzato discrezionalmente dal Comune di Vibo Valentia per usi diversi da quelli previsti nei finanziamenti erogati; se esistono concessione d’uso e pareri autorizzativi della competente Soprintendenza; quali verifiche può promuovere in ordine allo stato e ai costi dei lavori finanziati e quali misure il ministro intende adottare perché il bene sia restituito alla sua funzione». Sottolineando i vincoli di legge cui è soggetta la “Tonnara di Bivona” in quanto bene culturale, ho richiamato nell’interrogazione precedenti richieste dell’associazione antimafia “Gerbera gialla” – che al Comune e alla Procura di Vibo Valentia domandò dell’avanzamento e dei costi dei lavori – e un esposto del blog “Comuneportosantavenere”, che interpellò la Corte dei conti sulla possibilità di «un uso difforme del bene storico rispetto ai finanziamenti ottenuti». Lì doveva sorgere il Museo del Mare, con finanziamenti – erogati – per oltre tre milioni di euro. Attualmente, invece, risulta esserci la sede estiva dei Vigili urbani, il che è un’evidente contraddizione. Ho informato il ministro che il bene storico-monumentale è stato utilizzato anche per le recenti primarie del Pd." (vedi link)
Alcuni amici - sbigottiti - hanno voluto inviarci via FB le foto scattate quel giorno nei locali delle Primarie, che pubblichiamo.
Pubblichiamo infine il testo integrale dell'interrogazione al Ministro, promettendo sin d'ora che non smetteremo mai di seguire la vicenda ... almeno fino a quando non si smetterà di usare un bene pubblico come un bene di nessuno!

"INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 
Al ministro dei Beni e delle Attività Culturali. 
— Per sapere – premesso che: 
il complesso denominato “Tonnara di Bivona” in Vibo Valentia è un bene incamerato tra le pertinenze del pubblico demanio marittimo; 
il cespite è escluso dagli elenchi soggetti alla Legge Delega Regionale n.17, del 21/12/2005, nonché dalle recenti norme del federalismo demaniale (di cui ai commi 3 e 4 dell’art. 3 del D.Lgs. 85/2010), sicché la vigilanza di merito spetta alla Capitaneria di Porto;
 il bene, storico-monumentale, è vincolato per Decreto Ministeriale del 06.12.1991, ai sensi del Decreto Legislativo 29 ottobre 1999, n. 490; 
la Soprintendenza competente esercita sul bene in argomento la vigilanza per l’applicazione del Codice per i Beni Culturali (ex artt. 57 e106 del D.Lgs n.42/2004 e s.m.i.) da parte degli enti che ne hanno la proprietà o la gestione; 
ai sensi dell'art.57-bis del suddetto Codice, ogni uso del bene deve essere preventivamente autorizzato dalla Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici della Calabria; 
il Quadro Territoriale Regionale (Q.T.R.), approvato dalla Giunta regionale della Calabria in data 13/01/2010 e trasmesso al Consiglio regionale per la definitiva approvazione, ha incluso la “Tonnara di Bivona” nella categoria dei beni identitari ai sensi dell’art. 143 del decreto legislativo 22 gennaio 2004 n.42 e succ. mod. e dell’art.51 del rammentato Q.T.R.;
 il bene, si legge sul blog “Comuneportosantavenere” (su piattaforma “Blogspot”), «sin dal 1990 ha fruito di una serie di finanziamenti pubblici (Soprintendenza BAP di Cosenza e Regione Calabria) ai fini del recupero ed uso museale», con «una cifra che supera i 2 milioni di euro»; con lettera, nell’ottobre 2012 l’associazione antimafia “Gerbera Gialla” chiese al Comune di Vibo Valentia e alla Procura della Repubblica come mai il suddetto Museo del mare, finanziato per 1.304.000 di euro dalla Regione Calabria con fondi del Por Calabria 2000/2006, non fosse stato completato e – si legge sul blog “Comuneportosantavenere” – «al suo posto sorge, invece, la sede estiva dei Vigili Urbani e quella di un’associazione locale»; contestualmente, la medesima associazione domandò quale fosse lo stato finale dei lavori e il relativo conto, l’esistenza di certificato di ultimazione lavori, di collaudo statico e di collaudo tecnico-amministrativo, nonché l’esistenza di parere circa la destinazione d’uso finale da parte della Soprintendenza ai Beni monumentali e, all’occorrenza, del contenuto di codesto atto; lo scorso 30 agosto 2011, la redazione del summenzionato blog interpellò la Corte dei conti per sapere «se un uso difforme del bene storico rispetto ai finanziamenti ottenuti sia possibile», anche con il timore che tale prassi «possa condurre a breve allo stravolgimento strutturale dell'opera, compromettendo definitivamente il suo valore storico ed il suo uso culturale a vantaggio della (…) comunità, vanificando le risorse umane e finanziarie sin qui spese per la sua valorizzazione»; nel maggio 2013, lo stesso sindaco di Vibo Valentia, Nicola D’Agostino, sottolineò pubblicamente, presenti il Prefetto di Vibo Valentia, il Commissario dell’ente Provincia e ufficiali di Carabinieri e Guardia di Finanza, che la “Tonnara di Bivona” è un bene di competenza demaniale, poi informando della sospensione delle concessioni d'uso rilasciate dal Comune nel 2010 e 2011 (su YouTube al link http://www.youtube.com/watch?v=wIucBbVWWlA); lo scorso 8 dicembre il bene in argomento è stato utilizzato come seggio per le elezioni primarie del Partito democratico –: se è a conoscenza dei fatti qui esposti; in virtù di quale norma e di quale titolo, il bene risulta ad oggi utilizzato discrezionalmente dal Comune di Vibo Valentia per usi diversi da quelli previsti nell’ambito dei finanziamenti erogati; se in capo al Comune di Vibo Valentia risultano concessione d’uso e pareri autorizzativi – per gli usi sin qui avuti – da parte della competente Soprintendenza BSE; quali verifiche può promuovere in ordine allo stato e ai costi dei lavori finanziati; quali misure, nell’ambito delle proprie competenze, intende adottare perché il bene sia restituito alla sua funzione, nel rispetto delle normative vigenti"

(Vedi Link Sindacato Ispettivo Parlamento)




A titolo di cronaca (anche perchè non entrano nel merito di nessuno dei quesiti posti nell'interrogazione) aggiungiamo le risposte del segretario del PD, pervenuta a mezzo  stampa in questi giorni, come efficace esempio di assoluta volontà a mantenere il bene monumentale ostaggio della partitocrazia, trascurando ogni riferimento ai presupposti di legge, competenze ed etica.

Articolo di 3 anni fa con gli stessi protagonisti, a dimostrazione che la tonnara
si può aprire e valorizzare solo per come desiderano i maggiorenti del PD
- vedi link - )
Li conserveremo, al pari di quelli di 3 anni, scritti a nome di una associazione e non del PD, che già ne ha avuto una subconcessione abusiva infruttuosamente, come simboli delle alte vette che può raggiungere l'autoreferenzialità politica, in una comunità calabrese del nuovo millennio.

Articolo di 3 anni fa con gli stessi protagonisti, a dimostrazione che la tonnara
si può aprire e valorizzare solo per come desiderano i maggiorenti del PD
( - vedi link -



venerdì 27 settembre 2013

NASCE "RAISIA" ...

E' nata da qualche mese la Casa della Cultura Sharo Gambino, con sede a Vazzano, che avrà tra gli scopi principali la costituzione di un osservatorio permanente che si occupi di cultura, legalità, servizi sociali, ambiente, turismo, lavoro. Per perseguire queste finalità verrà realizzata una biblioteca multimediale, un’emeroteca, un archivio storico e diversi laboratori d’arte e artigianato per il recupero e la valorizzazione degli antichi mestieri. Strutture e servizi saranno, nel solco dell’esperienza di Gambino, fruibili alla collettività, specie alle persone che vivono in contesti marginali e disagiati e che non avrebbero, altrimenti, la possibilità di accedervi. L’associazione si occuperà inoltre della promozione di iniziative di contrasto alla criminalità organizzata: verranno organizzate campagne educative e di diffusione della cultura e della cultura alla Legalità, si collaborerà con le autorità nell'individuazione dei fattori sociali di radicamento e sviluppo dei fenomeni criminali e delle strategie sul piano economico e produttivo per contrastarne i rischi. Tutto ciò verrà realizzato attraverso numerose attività di studio, di formazione e di ricerca sui fenomeni criminali, anche in collaborazione con Enti, Università e Istituti di ricerca.
Una delle prime iniziative è la stampa del periodico Raisìa, presentata il 22 settembre scorso a Pizzo. Una rivista a carattere monografico il cui numero 0 è stato interamente dedicato alla cultura del mare.
Facciamo tanti auguri agli amici che hanno intrapreso questo percorso e li ringraziamo per l'attenzione e la stima dimostrata per la nostra attività di blogger, nella regione più disgraziata d'Europa, che pur di rimuovere la "cultura del mare" sceglie di non spendere tutti fondi statali e comunitari assegnategli.

martedì 10 settembre 2013

VIBO MARINA. CHIUDERE UNA SCUOLA E' CHIUDERE UNA SPERANZA ...



23 bambini, un esempio perfetto di integrazione tra popoli. Dentro quelle mura, ridipinte, colorate, sicure, c'è un piccolo mondo fatto di innocenza e futuro.
Non più da domani. Non più perchè i costi di gestione, mascherati da improvvisi pericoli di incolumità, nonostante non siano alti (si parla di 5000 euro all'anno, praticamente due mensilità di un assessore) vanno presi in considerazione. E cosa si fa per contenere le spese? Si taglia per prima cosa l'istruzione. Una scuola al prezzo di una poltrona.
"Vedremo", "faremo", "siamo con voi" hanno comunque tentato di rassicurare ieri mattina al presidio di protesta della mamme dei bambini "sfrattati" l'Assessore al Turismo Totò Schiavello e il consigliere Lorenzo Lombardo.
Già, proprio loro che volendo salvare ogni volta la faccia al sindaco D'Agostino, ancora una volta latitante sul territorio, decidono per, a questo punto non si può non pensarlo, puro masochismo perdere continuamente la loro. Per l'ennesima volta. Perchè non è più spiegabile la contemporanea vicinanza all'amministrazione e ai cittadini.
Quel "siamo con voi" non suona più bene, specie quando a palazzo "Razza" si fa poi tutto il contrario. E ai cittadini, in questo caso soggetti deboli della società, rimane in mano la loro solita morale e il loro solito impegno rigorosamente a parole.
L'unica certezza, purtroppo, rimane la nota dell'ufficio tecnico: i bambini non hanno una struttura dove imparare e socializzare. Andate in pace e per chi può si consiglia la scuola privata.
Questione di soldi, questione di sicurezza, questione di interesse, magari tutte e tre contemporaneamente? Non si capisce.
Come tutte le altre scelte e azioni intraprese fin qui dall'amministrazione D'Agostino, del resto.

(Videoriflessioni di A. De Luca)


Per comprendere meglio la vicenda culturale, vi linkiamo inoltre al servizio video di CN24TV, realizzato il "giorno della protesta" , con interviste a genitori ed amministratori
http://www.cn24tv.it/news/74635/vibo-marina-protesta-per-la-chiusura-dell-asilo-pennello.html

lunedì 29 luglio 2013

LA VITA RIMOSSA. APPUNTI PER LA RISCOPERTA DEL CAV. GAETANO DE CAROLIS.


Frontespizio
Abbiamo sempre attribuito la costruzione della Tonnara di Bivona al Cav. Gaetano De Carolis, legando le ragioni di quella iniziativa ad un suo personale investimento imprenditoriale, ma quanto emerge dalla biografia del De Carolis tracciata dagli amici alla sua morte, ne rivela una diversa realtà.
Va detto che si deve solo ad un breve ma dettagliato volumetto funebre, dato alle stampe nel 1890*, l'oppurtunità di "riscoprire" - sottraendola all'immeritata penombra storiografica vibonese - l'attiva esperienza del Cav. Gaetano De Carolis, "decoro della città", tenace e capace cittadino dell'antica Monteleone (oggi Vibo Valentia).
Prima di tracciarne per i nostri lettori una breve biografia, preme mettere in risalto quanto sia stata vana la ricerca della cappella di famiglia nel cimitero di Vibo Valentia, dove il nostro dovrebbe essere stato seppellito, come conferma l'epigrafe trascritta da Ettore Capialbi nell'antico volumetto:

“Qui dorme l’avvocato Cav. Gaetano De Carolis, nato in Cerchiara il 5 febbraio 1819, morto a Monteleone il 22 gennaio 1890.  Fu sostegno ed incremento della sua famiglia, decoro della città, aiuto dei prossimi nelle angustie, meritò il compianto di tutti, ma più nell’unica figlia Teresa che gli pose questo monumento.”
Alcune pagine del libro del 1890

Averne rintracciato dati utili a conoscerne la carriera politica ed amministrativa, oltre che la sua particolare passione per lo sviluppo del nostro territorio, è per noi motivo di particolare soddisfazione.
Ma andiamo con ordine. Nato a Cosenza il 5 febbraio 1819, Gaetano fu il figlio primogenito di Domenico De Carolis, Amministratore Generale dei Beni del Duca di Monteleone e Terranova, nelle due Calabrie. Al padre subentrò nel ruolo, immediatamente dopo la morte per una caduta da cavallo, il 10 ottobre 1840, nei pressi di Portosalvo, lungo la sponda del torrente Candrilli,  durante l'abituale percorso tra Briatico e Monteleone.  Gaetano assistette impotente all’incidente mortale del padre ed a nulla valse il suo tentativo di procurargli  immediato soccorso.
Egli studiò, con ottimo profitto, Diritto a Napoli, sotto la scuola di Vincenzo Clausi, dove si laureò ventunenne l'anno prima di quel tragico incidente, il 12 giugno 1839. La morte del padre dunque lo obbligò ad abbandonare la carriera ed a sostituirlo nella tutela degli interessi della sua famiglia e quelli della Ducale Casa di Monteleone.
Sposatosi in seguito con Maddalena Serrao di Filadelfia, il Cavalier Gaetano di Carolis fu più volte Consigliere Municipale, Sindaco di Monteleone, Deputato Provinciale di Catanzaro, Presidente della Congregazione di Carità, Capitano della Guardia Nazionale, Cavaliere prima e Ufficiale poi, della Corona.
Alcune pagine del libro del 1890

E' proprio alla sua caparbia volontà, scopriamo, che dobbiamo la costruzione, a spese della Corte Ducale, di  "un vasto e sontuoso caseggiato, da servire per gli usi della tonnaja, dipendente da quella. E fu suo primo pensiero farvi costruire ed aprire al culto una vaga Chiesa, da servire non pure a’ marinai, sì alla gente che vi accorse numerosa anche da’ luoghi lontani; o che, passando per la strada trova come un dolce e inatteso conforto, alle ansie faticose, e a’ sospiri del cuore, tendenti ad una vita migliore di questa."
Queste le parole usate dall'Abate Ottavio Ortona nel ricordare la costruzione della nuova Tonnara di Bivona e della chiesetta, suo primo pensiero, non mancando di fornirci in conclusione un importante dettaglio celebrativo: "Siffatta chiesa, provvista riccamente di tutto il bisognevole, e con la massima decenza, con le statue di S. Antonio e di S. Francesco di Paola, fu aperta e benedetta nel 1883, con gioia indicibile di quell’ottimo Vescovo di Mileto, che fu il Monsignor Carvelli

Mons. L. Carvelli, Vescovo di Mileto
che nel 1883 benedì la chiesetta della
Tonnara di Bivona
Dunque, il Cav. De Carolis avviò la costruzione della Tonnara di Bivona in nome e per conto della Corte Ducale, probabilmente con la prospettiva di incentivarne una maggiore produttività economica, contando sul consolidarsi dello sviluppo economico del nuovo Regno unitario.


Nel prezioso volumetto, sono raccolte le parole lette sul suo feretro dal conte Ettore Capialbi, il quale, ricordandone le virtù di  “Monteleonese d’Elezione (...) uno dei pochi a cui il Comune e la Provincia debbono la loro organizzazione dopo il risorgimento nazionale”, non manca di dettagliarne i meriti pubblici, a partire dalla istituzione dell’Asilo Infantile, l’Educandato femminile, il mantenimento dell’Orfanotrofio Provinciale, la Colonia Agraria e la costituzione della Banca Popolare Vibonese, istituita con decreto del 9 settembre 1875 (e della quale il De Carolis fu per lungo tempo Direttore).
La sua casa fu l’albergo dei Garibaldini, ospitò il Maggiore Friggeri, di nobile famiglia ungherese ed il suo aiutante Marcora (che divenne in seguito deputato in parlamento). Da Consigliere Provinciale fu Presidente della Commissione del Bilancio.

* Abate Ottavio Ortona. In morte del Cav. Gaetano De Carolis. Tributo estremo di affetto che a lui pubblicamente rende l’inconsolabile figlia. 1890. Napoli, Stab. Tip. Del Cav. A Morano. Cortile S. Sebastiano, 51

P.S.: Si ringrazia sin d'ora quanti riusciranno a rintracciare le sorti della Cappella della Famiglia De Carolis (oltre che della epigrafe), inspiegabilmente introvabile nel cimitero di Vibo Valentia.
(C) E' vietata ogni riproduzione del presente articolo senza espresso parere favorevole dell'autore A. Montesanti.

lunedì 22 luglio 2013

LA TONNARA DI BIVONA ED IL MASTRO D'ASCIA PROVIDENTI GIOVANNI.

Mastro Giovanni Providenti in veste di calafato (Bivona, 26 marzo 1930)
Mentre dalla Calabria  non giunge alcuna nuova (nè dal Comune, nè dalla Soprintendenza, nè dalla Regione, nè dalla Corte dei Conti, nè dalla Procura) sul triste destino di degrado e di abusi che avvolge la Tonnara di Bivona, nonostante milioni di euro sinora spesi  ...
dalla Sicilia ci giungono nuovi apporti documentali utili a colmare il vuoto del periodo pre-bellico.
E' al giovane ricercatore di Milazzo, Massimo Tricamo, che da tempo svolge positivamente ricerche sulla storia alieutica della sua regione, che apprendiamo di una preziosa nota spese per il calatafaggio dell'intero barcareccio della Tonnara di Bivona nel 1930 (vedi foto).

La nota conferma, per come avevamo già scritto in passato, l'affidamento della gestione della Tonnara di Bivona all'imprenditore catanese Mario Battaglia (che in quegli anni gestiva anche la Tonnarella di Vaccarella di Milazzo), negli anni compresi tra il 1924 ed il 1936.
Le manutenzioni eseguite al barcareccio della tonnara di Bivona al 30 luglio 1930
Dalla nota contabile ricaviamo il dato interessante della presenza in Bivona dei fratelli Providenti, Giovanni (vedi foto) e Stefano, abili mastridascia siciliani, per sovraintendere ai meticolosi lavori di calatafaggio delle imbarcazioni.

Non possiamo che ringraziare il ricercatore per il materiale segnalatoci sul suo blog (vedi link), che tra l'altro comprende preziose corrispondenze utili definire la gestione delle diverse tonnare vibonesi negli anni immediatamente dopo il periodo bellico, del quale avremo modo di scrivere nei prossimi post ...


martedì 18 giugno 2013

TONNARA DI BIVONA: TRE IRRESPONSABILI ANNI DI ATTI PUBBLICI ... "SINE TITULO"!

E così ... dopo tre anni, un autorevole esponente delle istituzioni rivela ai cittadini che la Tonnara di Bivona ha "qualche problema di natura burocratica" che la rende inutilizzabile al Comune!!!


Proprio così ... "la Tonnara non è un bene comunale" ha affermato il Sindaco in una riunione pubblica con le associazioni del territorio costiero, fortemente voluta dal Prefetto di Vibo Valentia, tenutasi lo scorso mese di maggio (VEDI VIDEO SOPRA. Per gli sbiottiti ... è possibile rivederlo a piacimento).
Dinanzi allo stesso Prefetto, colonnelli di Guardia di Finanza e Carabinieri, Commissario della Provincia di Vibo Valentia, etc ...il Sindaco conferma quanto diciamo dal 2011.
Ci sono voluti "solo" tre anni per giungere a comprendere lo che lo Stato (tutti noi) è stato beffato.
Meglio tardi che mai, ma dispiace che in questi tre anni, si sia perso tutto: i quasi 3 milioni e mezzo di euro spesi in questi anni per fini museali; barconi e malfaraggio ormai ridotti a scheletri di "fumeri", abbandonati tra l'indifferenza dei più; finanziamenti di centinaia di migliaia di euro persi perchè completarne ed esaltarne il valore e la tutela era cosa ormai inutile; abbandonata la ricerca storica, la progettualità ... perchè la Tonnara era ormai sede dei Vigili.
In compenso, questa "pervicacemente perseguita distruzione" amministrativa di tutto quanto fatto dalla accorta cittadinanza attiva, dal 1990 al 2010 per tutelarne il destino, ha consentito  ai nostri amministratori di effettuare qualche gongolante comunicato stampa della sfilata inaugurale, col gruppo di amici in prima fila, qualche sfilata di carnevale, oltre che all'apertura un posto fisso stagionale di Polizia Municipale (abusiva dunque?) mettendoli, loro malgrado, alla berlina.
Incredibile: la Tonnara, una delle poche "case" non abusive di Bivona, per tre anni è usata "sine titulo" (abusivamente dunque) dal Comune!
Sembrerebbe un divertente racconto in versi dialettali del compianto poeta vibonese Ammirà se, affrontando un Consiglio Comunale interrogante, perplesso sull'uso del monumento storico, l'Amministrazione ed i tecnici comunali non avessero rassicurato tutti (ben pochi in realtà) consiglieri presenti sulla legittimità dell'uso (e dunque anche di quel particolare modo d'uso), che vedeva in qualche modo coinvolti autorevoli esponenti dell'opposizione.

Per non ferire l'intelligenza di tutti preferiamo non raccontarvi tutta l'intricata vicenda burocratica, messa coscientemente in piedi dal 2011 per dividere la comunità tra amici e non amici; fedeli e non fedeli (vi rimandiamo ai link dei 63 post pubblicati sul nostro blog nel corso di questi anni [LINK], oltre che ai sottoriportati articoli riferiti alla seduta del Consiglio Comunale), del tutto incuranti di dover adempiere a delle responsabilità amministrative, che si assommano ad altre indicibili irresponsabilità amministrative.




In questa brutta storia triennale, ingiustificabile e non sanabile solo con un semplice "abbiamo provveduto a sospendere l'utilizzo da parte di associazioni varie" si assommano irresponsabilità ad irresponsabilità:
quelle del Demanio, che non vigila da anni su quanto accade ad un suo bene; quelle della Soprintendenza ai Monumenti, che non ha tutelato un bene vincolato per il suo valore storico; quello della Regione che non ha verificato la corretta destinazione dei finanziamenti erogati al comune ai soli fini museali; quello dello Stato nelle sue diramazioni periferiche, che non ha preteso il collaudo finale, nè strutturale e nè progettualedei finanziamenti erogati.
Ovviamente, in questa catena infinita di irresponsabili d'alto lignaggio, sappiamo già da ora che nessuno nè risponderà nè sarà in grado di restituirci tutte le occasioni culturali e valoriali perse.
E sappiamo sin dall'inizio ... che la colpa, alla fine, è sempre e solo la nostra, che continuiamo a credere nonostante tutto, in un futuro migliore!

mercoledì 5 giugno 2013

4 DICEMBRE 1865: Nasce il porto che porrà a suggello lo sviluppo commerciale del Paese e di qui a poco metterà nel rango delle più ricche industriose e cospicue città italiane!

RELAZIONE fatta dal Sindaco di Pizzoal Ministero ed alla Prefettura in occasione della inaugurazione del PORTO DI SANTA VENERE

 "Siccome ho ed era manifestato con telegramma, diretto al Ministero dell’Interno, all’altro dei Lavori Pubblici, alla Prefettura, al Genio Civile ed all’Impresa, oggi si sono inaugurati e festeggiati i lavori del porto di S. Venere, una delle opere più splendide della civiltà contemporanea. Avantieri ne ebbi la prevenzione e l’invito del Genio Civile, e dalla benemerita Impresa Fiocca; ed immediatamente pubblicai un programma, preceduto da poche e calde parole, programma il quale il paese ha risposto condegnamente.
Tutte le campane delle chiese, ripetute salve di grossi mortaretti, e la banda civica, di buon ora diedero il segnale della festa. Ed il popolo desto incominciò allora a correre per le strade festante, manifestando nei volti, negli atti, nelle parole la gioia improvvisa nel cuore, la speranza di migliore avvenire, di più lieta e dignitosa esistenza. 
All’apparire del giorno la città comparve da un punto all’altro imbandierata. Non vi fu persona che non partecipò più o meno al generale tripudio. Non vi fu madre che non sia stata schiava della spoglia più festiva vestire i suoi nati. Le vie, le case brulicavano di popolo immendo; e qua e là vedevi quegli strumenti campestri e villici, che sogliono di ordinario far liste le popolari brigate.
Alle 9 a. m. molte barche appositamente apparecchiate e elegantemente pavesate accolsero in quella marina il clero, il Segretario Capo della Sotto Prefettura, i Municipi di Pizzo e Monteleone, le autorità civili e Militari del luogo, la Guardia Nazionale, la banda e tutte le forze di terra e di mare, e le condussero al cantiere. Molti battelli e gondole le seguirono, e molte le raggiunsero dopo.
Si trovò quivi apparecchiato recentissimo altare donde il Parroco, assistito dal Clero anzidetto, impartì alla divina opera, la benedizione. 
Si sono compiuti poscia generici atti di beneficienza. Fra gli altri si sono sorteggiati quattro orfanaggi di L. 50 ciascuno in favore di donzelle povere del Comune, orfane di padre e dall’età da 15 a 30 anni. Il denaro all’uopo, in L. 200, è  stato fornito dal benemerito ed egregio nostro concittadino Signor Elvino DRAGONETTI, Ingegnere del Genio Civile, che con tanta lode dirige i lavori del porto. Lo stesso signor  DRAGONETTI lesse quindi un discorso elegantissimo, ed altro non meno elegante venne letto dal Dottore Giorgio PROCOPIO.

In queste memento spinte, frenetiche dimostrazioni di gioia, e d’inqualificabile esultanza. Confetture e fieri a profusione. Fragorosi applausi all’Italia e al Re. Scarichi di fuochi di gioia. Salve di grossi mortaretti. Spari di cannoni di tutti i legni, ai quali rispondevano quelli ancorati nella Marina e tirati a secco. Tutte le campane delle chiese a eterno. Dopo questa commoventissima funzione religiosa, alla quale consistette un immenso numero di persone del paese e fuori, e fra questi i più notabili della città; il clero, i funzionari pubblici e tutti gli intervenuti percorsero processualmente l’intero cantiere, spesando al suono della banda Salmodie ed inni devoti.
Questo luogo per l’innanzi romito, muto, deserto e ora amorevole pel suo stupendo e magnifico ponte a mare, per l’immenso materiale già estratto, e che man mano dovrà essere sommerso, per le diverse vie ferrate, che si incrociano, destinate all’agevole trasporto del materiale istesso, per le fabbriche costruttivi al ricovero degli impiegati, dei lavoratori e degli artisti, per le macchine, per gli strumenti, per le carrette inservienti al carico. I concerti musicali, ripercorsi dalle vicine valle, davano al suddetto luogo un aspetto grave, imponente, un non so che di poetico e malinconico, e più grave ed imponente lo rendevano le salmodie.
Pensavo, è questa la prima volta dopo il volgere di tanti secoli, che desti paraggi son calpestati da tanta onda di popolo, sono onorate di sacre liturgie, son fatti lieti da note musicali e di tanta esultanza. Chi sa quante generazioni han d’essere vedute sparire, e quante ancor ne verranno.
Terminata la processione a spese della prelodata impresa Fiocca tanto bene rappresentata dall’ Egr. e caro giovane Ing. Angelo CARRELLI, fu aperta a tutti lautissimo  riposto nel quale ben saprei dire se spiccava maggiore la profusione ed il lusso. Vi furono per tutti dolci e confetture squisite di ogni sorte, liquori e vino forestieri di ogni qualità, cioccolate, caffè, caffelatte, geli, sigari, tutto. Fu in prima servito il clero, indi i funzionari pubblici con i notabili, poi la Guardi Nazionale, i Reali Carabinieri, le forze di terra e dio mare, la banda, in ultimo le generalità. Vi fu robba per tutti, se ne buttò, ne rimase, non potevasi né fare né sperare di più. Benedetto il Cantiere tutti gli astanti ripresero imbarco, ed il convoglio mosse verso il luogo indicato dall’ Ing. DREAGONETTI e dal rappresentante l’Impresa sig. CARELLI,  pel butto della prima pietra. La banda Civica, allogata sul vapore di rimorchio ha resa più gaia la festa e la non breve traversata dal Cantiere al Porto. Su questo vapore han preso parte le primarie autorità. Dopo di lui sono state rimorchiate le marielle, ossia le barcaccie destinate al trasporto di materiale, cariche di grossi massi, ed in seguito una infinità di barche, di barchette, di gondole di ogni grandezza.
Su tutti i legni sventolavano bandiere di svariate dimensioni e fogge, su gli alberi, su le antenne, negli ormeggi, sulle prore. Era una vera battaglia navale, una scena, un colpo d’occhio nuovo ed incantevole, uno spettacolo. Quando il vapore diè fuoco alla macchina si salpò al grido di “Viva l’Italia”, “Viva il Re”, “Viva il Porto”, che fu ripetuto da tutti, e dallo stesso eco delle circostanti grotte marine.
Lungo la traversata s’incontra la Città. Quando il Convoglio fu in vista della medesima scena fu commovente tanto che m’intenerii e piansi; né fui solo, che e giovani e adulti e senili li vidi asciugarsi le lagrime.
Il romantico paese che, adagiandosi sulle ultime falde di un erto scoglio riflette nelle placide e tranquille onde del Mediterraneo le sue mille finestre, che inghirlandavano dagli aranci e dai fiori delle sovrastanti colline somiglia a giovine sposa nell’ebrezza della speranza; sotto gli azzurri sereni del suo cielo, in un giorno ridentissimo, presentava la figura di un anfiteatro. I balconi, gli sporti, gli spazi, le strade, i loggiati, il litorale erano gremiti, brulicavano di genti. Milioni di bandiere, di ogni colore, di ogni dimensione, di ogni foggia, sventolavano su tutti i punti, dai tetti, dai campanili, dai balconi, dalle finestre, dalle antenne e dalle merlate del Castello degli Ossun, compendio di una storia di secoli. Donne, giovani, ragazzi, vecchi di ogni età, di ogni condizione, di ogni classe, agitavano bandiere e salutavano con gioia forsennata, frenetica, le navi sottostanti, saluto che veniva ripetuto dallo immenso numero di persone che vi stavano dentro. Chi non si trovò pronto di una bandiera fece uso del fazzoletto bianco, di un pannellino, di un grenbiale. Gli auguri di ogni maniera e gli applausi immensi.
Si plaudì di nuovo al Re, all’Italia, al Porto. Si mandarono saluti a Roma, a Venezia, a Firenze; non furono dimenticate le ombre dei nostri martiri, e molto meno l’Eroe di Caprera. Qui nuovi e maggiori spari di fucili, di mortaretti, e di cannoni, nuovo e maggiore entusiasmo.
Giunti al luogo destinato per butto e per la sommersione della prima pietra, sopra un mare di tavola, che Iddio benedicendo per primo quell’opera desiderio del passato, altissimo bisogno del presente, infrenò, nonché i marosi, perfino le onde, sicchè il mare baciava la sponda, le diverse barche circoscrissero un cerchio ond’essere meglio di osservare la funzione.
Il parroco, assistito sempre dal Clero, impartì allora solennissima benedizione ad un grosso masso, il quale poi adorno di devozioni e di figure, fu subito calato a fondo. Il pubblico voll’essere spettatore della sommersione di tutto il materiale, che ne eseguì immediatamente, epperò si trattenne fino all’ultimo. Non trovo qui le parole per descrivere quel che avvenne, la gioia, la esultanza, l’entusiasmo, la commozione, i voti, gli applausi, gli auguri, le felicitazioni. Per averne una adeguata idea bisognava essere presenti. Il Cielo divenne come annebbiato dal fumo dei fuoco dei cannoni e dei fucili. I gridi di esultanza echeggiavano di nuovo intera lunghezza la marina, dalla Città a Capo Rocchetta. 
Io ero apparecchiato di volgere in quell’istante poche parole al popolo, ed all’uopo le avevo gia appuntate sopra un mezzo foglio di carta; ma vinto da un lato dalla commozione e dall’altra dalle stepiti, non mi fidai di batter le labbra. In questo la natura faceva di se più buona mostra. Il tratto del ridentissimo e verdeggiante appennino, che bagna il piè del mare, che si resta tra Pizzo e Briatico, aveva sulle spalle la popolazione dei paesi vicini, spettatrici di quell’incanto, e spettacolo d’altra parte a coloro che riguardavano dal mare. Non saprei dire se il cielo la vincea sulla terra; e questa sul mare. Il certo si è che, e cielo, e terra, e mare, aggrapparono insieme in un sol punto, tutte le loro bellezze, le loro dovizie, le loro grazie.
Compita la cerimonie, le barche difilarono, ed in bello ordine tornarono alla città fra gli evviva sempre al Magnanimo Re. Lo sbarco è avvenuto alle ore 5 pomeridiane. E quantunque il popolo era rauco e stanco, dacchè quasi l’intera giornata era stato in azione ed in festa, tuttavia i venuti con manifesti segni di applauso e di giubilo.
La Città è ora, come la fu di prima sera, splendidamente illuminata, ed imbandierata. Illuminati, imbandierati, pavesati elegantemente sono tutti i legni della marina. La esultanza è generale ed indescrivibile. Alle ore 7 pomeridiane, io con l’intero Municipio, e con tutte le altre Autorità, uscii dal Palazzo di Città con la Bandiera Nazionale, sacro simbolo di tante pene e di tante speranze, accompagnato da un popolo immenso, festante, e percorsi fino a notti inoltrata il paese, al suono della Banda e circondato da mille fiaccole. Nel momento in cui scrivo, che è il tocco della mezzanotte, continuano fragorosi applausi all’Italia e al Re.

A questa dimostrazione sono stati presenti i sullodati Dragonetti e Carelli, i quali possono testimoniare che parte di essa era diretta a quell’alta intelligenza ch’è il Cav. Giustino Fiocca, intraprenditore dell’opera, ed il cui nome si associa alle grandi imprese che sono in corso in queste Provincie Meridionali.
Fortunato di aver rappresentato il paese in questa fausta circostanza, onore che la mia famiglia ricorderà perpetuamente con orgoglio, siccome sarà perpetua l’opera, di cui si imprese l’impianto, io mi credo nel dovere di rendermi interprete presso il Governo del Re, dei palpiti, della gratitudine, della riconoscenza, dello affetto di questa docilissima popolazione, la quale nell’intera giornata, ad onta del fracasso, mantenne ordine perfettissimo, ed in suo nome mandargli senti, sinceri voti, felicitazioni, ed auguri di più lieto, giocondo e migliore avvenire.
E la stessa riconoscenza, gratitudine ed affetto io mi veggo altresì nel dovere di manifestare, non solo al Ministero, che da oggi opera alacre e solerte a riordinare l’amministrazione dello Stato, ed a schiudere le sorgenti delle ricchezze che copiose a messo nel nostro seno la Provvidenza, e che furono finora trascurate, ma all’ingegnere Capo del Genio Civile di Messina Sig. Schioppa, in quel avendo l’alra direzione di quest’opera con tan tanto senno conduce ed alla stessa Prefettura che affrettò non solo il compimento della medesima, ma oggi strenuamente lavora all’impianto di una banchina nella nostra rada, in continuazione del porto che porrà a suggello allo sviluppo commerciale del Paese e di qui a poco metterà nel rango delle più ricche industriose e cospicue città italiane.
Pizzo 4 Dicembre 1865 - Il Sindaco facente funzioni Filippo Ignazio Malacrinis" 

Documento estratto da "Il porto ritrovato. documenti e atti per la storia del porto di Santa Venere"
di Antonio Montesanti, Ed. Rubbettino, 2012
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giovedì 23 maggio 2013

OPERAZIONE ATLANTIDE E LIBRA: QUANTO CI COSCA L'ALLUVIONE?


Il prossimo anniversario dell'alluvione del 2006 non sappiamo se verrà celebrato nè con quale spirito potrà essere celebrato. E' di qualche giorno fa la notizia che l'abolizione del Commissario Straordinario all'Emergenza ha consentito di verificare come siano rimasti in cassa, non spesi, ben 8 milioni di euro per far fronte alla messa in sicurezza ed al risarcimento dei danni. Oggi scopriamo che grazie al fango dell'alluvione una famiglia di ndrangheta locale ha potuto realizzare il suo piano egemone sul territorio, ovviamente nel massimo profitto, derivante dal pagamenti per lavori non effettuati o l'uso scriteriato di cemento e calcestruzzo depotenziato. Se a quest'ultimi dati aggiungiamo la scoperta della sostanziosa ruberia/cresta di qualche milione di euro, realizzata da una impiegata della Provincia di Vibonello, sui residui derivanti dai ribassi d'asta dei lavori per la messa in sicurezza ... c'è seriamente da chiedersi se riusciremo a restare vivi alla prossima alluvione!



Dalle prime ore di giovedì 23 maggio 2013, in diverse località della provincia di Vibo Valentia, nonché in Roma, Milano, Bologna, Brescia, Padova e Verona, i militari del Comando Provinciale dei Carabinieri e del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Vibo Valentia, supportati dai Reparti locali e dal Gruppo Operativo Calabria Carabinieri, nonché dai Finanzieri della Compagnia di Vibo Valentia e dei Nuclei PT di Roma, Milano, Brescia, Padova, Verona e Bologna, stanno eseguendo un provvedimento di custodia cautelare personale emesso dal G.I.P. presso il Tribunale di Catanzaro su richiesta della locale Procura della Repubblica - D.D.A. nei confronti di esponenti e sodali della cosca di ‘ndrangheta “Tripodi” di Vibo Valentia fraz. Marina e loc. Porto Salvo, ritenuti responsabili dei reati di associazione di tipo mafioso, trasferimento fraudolento di valori, usura, estorsione, illecita detenzione di arma comune da sparo e frode nelle pubbliche forniture (reati aggravati dalle modalità di cui all’art. 7 L. 203/91). 
Contestualmente i militari della Guardia di Finanza e dei Carabinieri eseguono anche un decreto di sequestro preventivo emesso dalla D.D.A. di Catanzaro nei confronti di 19 aziende e nr. 25 persone fisiche, con conseguente sequestro di nr. 45 immobili (terreni, fabbricati, appartamenti e pertinenze) e conti corrente riconducibili ai destinatari del provvedimento per un valore complessivo di circa 40 milioni di Euro. Tra i beni sottoposti a sequestro spiccano nr. 2 bar ubicati in pieno centro a Roma, un altro ubicato in provincia di Milano e immobili di pregio ubicati in Roma e Milano.      
L’operazione conclude una complessa e prolungata attività investigativa, che ha permesso di accertare l’operatività della citata cosca “Tripodi”, non ancora riconosciuta giudizialmente, ricostruendone le attività illecite nell’arco temporale 2006 - 2012, le dinamiche interne ed esterne, nonché i variegati interessi economici in diverse Regioni.
L’organizzazione criminale in tratto, ritenuta subordinata alla nota famiglia “Mancuso” di Limbadi (VV) e Nicotera (VV), “si avvale della forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo e della conseguente condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva, per commettere delitti, quali quelli di estorsione, usura, detenzione e porto illegale di armi, ovvero per acquisire, direttamente ovvero attraverso ditte intestate a prestanome, il controllo dell’attività edilizia nel settore dei lavori pubblici e degli appalti di opere pubbliche, ovvero ancora al fine di procurare voti a sé o ad altri, e segnatamente a candidati compiacenti che si sono presentati alle elezioni del 2010 per il rinnovo del Consiglio Regionale del Lazio, regione in cui l'associazione intendeva espandere la propria attività imprenditoriale, e comunque per realizzare in favore dei propri affiliati profitti ingiusti”.
Quanto precede mediante:
a.    l’infiltrazione, attraverso società direttamente riconducibili ad alcuni esponenti della cosca od intestate a prestanome, perlopiù operanti nel settore dell’edilizia:  nei lavori pubblici lungo la costa vibonese, dove il sodalizio esercita il proprio predominio;  in opere pubbliche realizzate in altre località del territorio nazionale;
b.    l’utilizzo di numerose società riconducibili alla cosca, che costituiscono lo strumento per la commissione dei reati e in particolare per l’accaparramento degli appalti, tanto da poter far ritenere la cosca una vera e propria Holding di ‘ndrangheta;
c.    l’usura, accertata in particolare nei confronti di un commerciante di autovetture vibonese, divenuto testimone di giustizia ed attualmente sottoposto al piano di protezione;
d.    le estorsioni ai danni di altri operatori economici, attuate anche attraverso l’imposizione:  del pagamento di fatture per prestazioni in realtà mai eseguite;  dell’acquisto di beni e prestazioni d’opera dalle ditte riconducibili al sodalizio; 
e.     il tentativo di acquisire appalti pubblici nel Lazio anche attraverso il promesso sostegno elettorale ad un candidato (non indagato) alle elezioni del Consiglio Regionale del 2010, in seguito eletto.

Speculavano anche sulle disgrazie della popolazione i presunti affiliati alla cosca del vibonese arrestati stamani da carabinieri e guardia di finanza. E' quanto sottolineano gli investigatori, evidenziando come alcuni indagati si sarebbero infiltrati in un appalto da 300 mila euro per la rimozione dei fanghi dell'alluvione che colpi' la frazione marina di Vibo Valentia nel luglio del 2006 provocando la morte di quattro persone. 

L'operazione ha concluso un'indagine, coordinata dalla Dda di Catanzaro, che, secondo l'accusa, ha permesso di accertare l'operativita' della presunta cosca Tripodi (non ancora riconosciuta giudizialmente), definita una vera e propria ''holding'' di 'ndrangheta, ricostruendone le attivita' illecite nell'arco temporale dal 2006 al 2012, le dinamiche interne ed esterne, nonche' i variegati interessi economici in diverse Regioni. 
I partecipanti all'organizzazione, ritenuta subordinata alla famiglia Mancuso di Limbadi, grazie alla forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo e della conseguente condizione di assoggettamento e di omerta' che ne deriva, per gli investigatori, avrebbero commesso una serie di reati. In particolare, gli indagati avrebbero cercato, tramite societa' direttamente riconducibili ad alcuni esponenti della cosca od intestate a prestanome, perlopiu' operanti nel settore dell'edilizia, di infiltrarsi nei lavori pubblici, sia lungo la costa vibonese che in altre localita' italiane. Inoltre avrebbero utilizzato numerose societa' riconducibili alla cosca, come strumento per la commissione dei reati e in particolare per l'accaparramento degli appalti. Gli indagati sono anche accusati di usura nei confronti di un commerciante di auto, divenuto testimone di giustizia ed attualmente sottoposto al piano di protezione, e di estorsioni ai danni di altri operatori economici. Nel corso dell'operazione sono stati anche sequestrati beni per 40 milioni di euro tra i quali due bar in pieno centro a Roma, un altro in provincia di Milano e immobili di pregio a Roma e Milano. (ANSA).


Sarebbe riuscito a pilotare le gare d'appalto dei lavori del post alluvione del 2006 a Vibo Marina, il clan Tripodi di Porto Salvo, frazione di Vibo Valentia. E' quanto emerge dall'operazione antimafia "Libra. Secondo gli inquirenti, tutti gli appalti del dopo alluvione, che il 3 luglio 2006 mise in ginocchio le Marinate di Vibo provocando 3 morti, 90 feriti e danni per 200 milioni di euro, sarebbero state condizionate dai Tripodi attraverso un controllo delle imprese vibonesi interessate ai lavori. Il clan riusciva in una prima fase a pilotare l'aggiudicazione delle gare d'appalto, ed in una seconda fase ad indirizzare i subappalti verso imprese "amiche". In alternativa ai subappalti le imprese aggiudicatarie dei lavori avrebbero pagato una tangente del 5% sull'ammontare dell'intero appalto. Tangente definita dai Tripodi come "tassa di legge" e che per la Dda dimostrerebbe il ferreo "controllo" del territorio da parte del clan.

Le ditte direttamente controllate o comunque collegate al gruppo sono infatti riuscite a ottenere appalti per la ricostruzione. Due in particolare gli interventi individuati dagli inquirenti: il ripristino del campo sportivo per 71.000 euro e del palazzetto dello sport per 32.000 euro. Secondo il pm della Dda, Pierpaolo Bruni, avrebbero potuto contare sull'apporto di un “insospettabile” all'interno delle istituzioni. Con l'accusa di concorso esterno è finita in carcere Maria Alfonsa Farfaglia, responsabile dell'ufficio gestione servizi del Consorzio di Sviluppo Industriale di Vibo. 
L'ente, infatti, era stato individuato come soggetto attuatore per la realizzazione degli interventi durante la fase emergenziale: la Farfaglia era, quindi, incaricata, assieme ai dipendenti del Comune, di rilevare la presenza giornaliera dei mezzi impiegati per l'esecuzione dei lavori  e del numero di ore lavorate dalle ditte stesse. Secondo quanto riportato nel capo di imputazione, invece, la funzionaria avrebbe agito per «agevolare il perseguimento delle finalità dell'associazione nel controllo degli appalti nell'area vibonese, facendo ottenere a ditte da questi controllate o a questi collegate  lavori con affidamento diretto da parte del Comune di Vibo Valentia nella fase immediatamente successiva gli eventi alluvionali, attestando, inoltre, lo svolgimento di prestazioni mai eseguite».  

Nel motivare la misura cautelare in carcere, il gip catanzarese Livio Sabatini sostiene che la Farfaglia «con la sua condotta compiacente, disonesta e di favoritismo, ha rafforzato e agevolato gli interessi economici del sodalizio mafioso, offrendo un riferimento utile e rilevante per ogni questione (tecnica, economica, contabile) connessa ai lavori aggiudicati alle imprese legate ai Tripodi. In sostanza, gli elementi probatori dimostrano l'utilità e rilevanza della condotta della Farfaglia per il mantenimento e la realizzazione degli interessi economici della cosca». 
In almeno un caso, inoltre, gli inquirenti hanno accertato che le opere realizzate non fossero conformi ai capitolati. In alcune intercettazioni gli indagati farebbero esplicito riferimento all'utilizzo di cemento impoverito. La frode nella pubblica fornitura, peraltro,  troverebbe riscontro negli esiti della consulenza tecnica svolta sulla qualità del cemento adoperato per la realizzazione delle opere. 
Dalla relazione stilata dal consulente della Procura si desume che nel calcestruzzo impiegato è stata rilevata «la presenza in alcuni punti di cemento con valori di resistenza caratteristica cubica di gran lunga inferiori a quelli certificati dalla ditta».
Dagli interventi dopo l'alluvione di Vibo fino al tentativo di inserirsi nella ricostruzione post terremoto dell'Abruzzo. Le società controllate dalla cosca Tripodi erano riuscite a ottenere quasi il monopolio degli appalti pubblici nel Vibonese e a bussare alle porte dei palazzi del potere della Capitale. Una vera e propria holding sgominata questa mattina da un'operazione congiunta di guardia di finanza e carabinieri coordinati dal pm della Dda di Catanzaro Pierpaolo Bruni. Venti le persone raggiunte dall'ordinanza emessa dal gip Livio Sabatini, l'inchiesta “Atlantide” ha portato anche al sequestro di 19 aziende, 45 immobili – terreni, fabbricati, appartamenti e pertinenze – tra cui 2 bar in pieno centro a Roma e conti correnti riconducibili ai destinatari del provvedimento, il cui valore complessivo ammonta a circa 40 milioni di euro. Un'organizzazione, scrive il gip nell'ordinanza, di «natura prevalentemente familiare, si finanziava con attività predatorie (usura ed estorsioni) realizzando attività d'impresa, intestate a terzi ed efficacemente inserite nella realtà calabrese d'origine (ma presenti anche in Roma): queste erano affidatarie in appalto o sub appalto di lavori di ogni valore (da 1.000 euro a  15.000.000 euro) ottenuti tanto con la minaccia quanto sfruttando la contiguità e collusione degli imprenditori». A Roma la famiglia Tripodi era riuscita a entrare in contatto sia con soggetti politici sia con figure di primo piano dell'associazionismo industriale con l'obiettivo di aggiudicarsi appalti nazionali milionari. Un ruolo centrale, in questo ambito, è rivestito da Francesco Comerci legale rappresentante della Edil Sud (società gestita direttamente dai Tripodi), che ha cercato in più occasioni di rintracciare e contattare l'ex assessore regionale ai lavori pubblici, Vincenzo Maruccio. Lo stesso Comerci, sentito dagli inquirenti, ha riferito di aver partecipato a una cena elettorale per il candidato D'Ambrosio in occasione delle elezioni del consiglio regionale del Lazio, assieme a un gruppo di suoi amici (circa quaranta persone), offrendo sostegno elettorale con la promessa di ottenere, in cambio, aggiudicazione in appalti pubblici: «l'indagato – sottolinea il gip - non ha tuttavia precisato se e quali siano stati gli sviluppi dell'accordo suddetto». Tra le accuse contestate anche l'usura nei confronti di un commerciante di auto, divenuto testimone di giustizia ed attualmente sottoposto al piano di protezione.

L'inchiesta del pm Bruni ha ricostruito la storia criminale della famiglia Tripodi. Grazie alle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia è stato possibile dimostrare l'esistenza della cosca operante già dagli anni Novanta, «dedita a estorsioni ed usura, con significativi contatti con altri soggetti di rilevanza criminale, con un capo indiscusso, Nicola Tripodi» insieme ai fratelli Antonio, Domenico e Salvatore. Una famiglia importante tanto da partecipare a summit con Carmelo Novella, il boss indipendentista assassinato nel 2008 a San Vittore Olona alle porte di Milano. Secondo le dichiarazioni dei pentiti erano i Tripodi a gestire le estorsioni nel territorio di Vibo Marina con l'accordo della potente famiglia Mancuso di Limbadi. Proprio a causa di alcuni dissapori con la 'ndrina egemone, Nicola Tripodi decise di trasferirsi a Roma. I rapporti tra la cosca madre e quella inferiore si sono poi ripristinati e si svolgono tuttora in termini di vassallaggio dei Tripodi ai Mancuso. «Nicola Tripodi – annota il gip – non opera mai in prima persona, demandando le scelte strategiche e l'attività a Comerci Francesco e ai figli Marika ed Orlando, evita i contatti telefonici ma sovraintende gli affari economici dell'impresa». 

Il gip di Catanzaro Livio Sabadini ha disposto il carcere per: Raffaele Acanfora, 45 anni nato a Scafati; Giovanni Aracri 40 anni di Vibo Valentia; Francesco Comerci 38 anni di Messina; Gregorio De Luca 35 anni di Vibo Valentia; Maria Alfonsa Farfaglia 44 anni di Vibo Valentia; Orazio Benito Mantino 41 anni di Vibo Valentia; Daniele Marturano 40 anni di Vibo Valentia; Massimo Murano 40 anni di Busto Arsizio; Cristian Sicari 28 anni di Tropea; Antonio Mario Tripodi 49 anni di Briatico; Nicola Tripodi 65 anni di Briatico; Orlando Tripodi 27 anni di Tropea; Sante Mario Tripodi 40 anni di Vibo Valentia; Salvatore Vita 38 anni di Vibo Valentia. Sono stati disposti gli arresti domiciliari per: Antonio Chiarella 44 anni di Vibo Valentia; Francesco La Tesse 27 anni di Vibo Valentia; Francesco Lo Bianco 39 anni di Vibo Valentia; Simon Schito 31 anni di Milano. Il giudice non ha invece ritenuto sufficienti gli elementi a carico di Antonio Chirico, 26 anni, di Vibo Marina; Luciano Franzoni, 35 anni, di Vibo Valentia; Daniele Prestanicola, 31 anni, di Vibo Valentia; Gaetano Staropoli, 46 anni, di Vibo Valentia; Giuseppe Vita, 47 anni, di Vibo Valentia.

(Fonti Ansa.it; Strill.it; Corrieredellacalabria.it; il Dispaccio.it)

COME TI SPENNELLO UN CONSIGLIO COMUNALE ...


"Forse neanche Balzac avrebbe fatto meglio. Perché nella “Comedie humaine” di teatro “Luigi Razza” è la realtà a superare l’immaginazione. A meno che non si voglia intendere politicamente corretto invadere l’aula, nel pieno svolgimento dei lavori del civico consesso, gridando “vergogna” e “dimissioni”, cacciando un sindaco dalla sedia e sedendosi al suo posto, cacciando gli assessori dalle sedie e sedendosi  ai loro posti, discutere animatamente con il presidente del consiglio e rammentargli - per l’ennesima volta - che ci sono cose più importanti da discutere. Come infatti importante è la ragione per la quale i cittadini sono intervenuti prepotentemente sulle scene, pretendendo “rispetto e dignità”, soprattutto alla luce delle promesse mai mantenute dalla politica e che riguardano la situazione di degrado assoluto del quartiere marinaro del “Pennello”, costretto a convivere da anni con il mare ad un passo dalle loro case, con le strade devastate, la piazza Capannina risucchiata dal mare e - appunto - le promesse di rinascita. Insomma, un pomeriggio infuocato ed una nuova, ennesima figuraccia da parte dell’amministrazione D’Agostino sempre più in balia dell’ignavia nonostante il lifting degli ultimi tempi e la nomina di nuovi assessori e nuovi consiglieri.


“L’idea  - avevano spiegato molti di loro riunitisi nuovamente in piazza Capannina e anticipando nei giorni scorsi la linea dura da adottare – nasce dalla necessità di capire una volta per tutte chi o cosa sta ostacolando quel processo di rinnovamento così tanto sbanderiato e promesso negli anni non solo dall’attuale giunta, ma anche da quelle passate. Sarà importante – avevano spiegato i cittadini sponsorizzati dal consigliere di minoranza Stefano Luciano in qualità di soggetto proponente di apposito ordine del giorno – vedere dal vivo chi, e con quali motivazioni, intenderà sottrarsi al provvedimento da adottarsi, in via urgente, durante la seduta. Noi difficilmente ci rassegneremo a questo stato di cose, continuando la nostra battaglia di civiltà su tutti i fronti”.
In molti, in realtà, non hanno ancora capito quando la politica del “dire” farà spazio alla politica del “fare”. Certo, l’amministrazione D’Agostino arriva oggi dopo cinque decadi di parole ma, del resto, non ha nulla da invidiare ai predecessori, vista la strada scelta sin qui. Giusto perché ogni momento è stato solo buono per dire “i lavori partiranno a breve”, mentre poi in realtà non sono mai partiti, oltre al fatto che il Pennello, da sempre, ha rappresentato un bacino di voti non indifferente, con una politica affamata di consenso a spese dei disagi. O almeno fino ad adesso è stato così. E lo anche ha ricordato in aula, prima della bagarre, il consigliere Luciano, ammonendo i presenti sulla "gravità" del modus operandi della stessa politica nei confronti dei cittadini del popoloso quartiere marinaro.
Gli incontri avuti in questi tre anni con i residenti della zona più Beiruttiana di Vibo Valentia anni sono stati innumerevoli. Incontri che hanno comunque partorito due soluzioni. “Storiche”, per giunta. La prima è datata 27 dicembre 2011, quando durante l’assise comunale la maggioranza ha votato compatta, con tanto di baci e abbracci, l’acquisto dei 150 mila metri quadrati dell’area, utile per renderla non più abusiva e dunque non più passibile di contenziosi con il Demanio. In quella occasione, c’è stato chi ha sentito la necessità di “applaudire l’operato del sindaco per aver onorato l’impegno con gli elettori”, chi invece ha tirato un sospiro di sollievo perché si è chiusa "una delle pagine più brutte della storia di Vibo”, chi poi ha assicurato l’apertura di una “nuova pagina politica di impegni concreti” e chi, infine, ha gridato  addirittura al  “miracolo”.  La seconda è quella del 9 marzo 2012. Un orgoglioso Modafferi, oggi non più assessori al Lavori Pubblici, ha consegnato, in questa data, l’inizio dei lavori alla ditta “Simaco” per la messa in sicurezza del litorale compreso tra Vibo Marina e Bivona, per un totale di 2,1 milioni di euro, che avrebbero permesso di salvaguardare il territorio, vessato e provato sia dall’erosione costiera che dalle mareggiate . Ma, inspiegabilmente, lavori si sono fermati senza un motivo apparentemente valido. Tutto rimandato, in pratica, a data da destinarsi. Così, al Pennello, malgrado le promesse cinquantennali, non è ancora cambiato nulla. Cioè, qualcosa è cambiato, ma in peggio.  E i residenti, seppur simbolicamente, hanno ritenuto giusto salire a palazzo “Razza” e ridicolizzare per un intero pomeriggio un amministrazione già di per se “fantastica”.

Articolo interamente estratto da: IlVizzarro

sabato 18 maggio 2013

LA GRANDE MATTANZA!

Tutte le foto che seguono sono dei provini
originali delle foto di A.Lomax  (1954) conservati
nell'archivio dell'Accademia Nazionale di S. Cecila (Roma) 

Quando era bel tempo mi piaceva sedere su quello scoglio, che si proietta in mare come un alto podio, staccato dall’appicco pliocenico su cui sorge il mio paese. Di lassù si poteva ammirare lo stupendo tramonto del sole, un tramonto eccezionale, specie da giugno sino alla fine di agosto.

Infatti, in quel periodo, il sole ascende all’occaso, sempre più alle spalle dello Stromboli, quasi a volere incendiare l’attivo vulcano, ficcato in mezzo all’orizzonte come un enorme pan di zucchero, spesso rallegrato da un bianco pennacchio di fumo, che lo fa sembrare, anche, un gigantesco transatlantico in festosa crociera. Tutto questo io notavo, affascinato da tanto suggestivo scenario, siccome il mio paese si erge quasi al centro del Golfo di S. Eufemia Lamezia, sulla sponda tirrenica della Calabria.

Mentre da tutta l’estesa scogliera si spandeva un acuto profumo di alghe, che, colpendo le mie narici, mi faceva respirare a pieni polmoni, con voluttà, una cosa meravigliosa era, poi, vedere le lampare, che, calato il sole, si spingevano sempre più al largo, punteggiando il mare di cento vivide fiammelle. Di quella festa di luci avrebbero fatto le spese quintali e quintali di alici argentee e guizzanti, le quali, attratte da tanto bagliore, si sarebbero lasciate prendere nell’agguato mortale delle reti.

Queste cose io potevo ammirare da un giorno all’altro, senza stancarmi mai, perché lo spettacolo, anche se promosso dagli stessi uomini e dagli stessi elementi scenici, era, sebbene ricorrente, pur sempre bello.

Nelle giornate di tempesta le onde fragorose smorzavano la loro furia ruggente contro la massiccia barriera degli scogli ed a me piaceva sentire sulla faccia la carezza live degli spruzzi nebulizzati, che il vento mi portava, dopo averli rapiti alle smerlettate creste dei marosi spumeggianti.

Accanto a me, spesso, era un vecchio pescatore, Giovanni, soprannominato «Giappone», perché imbarcatosi da giovane su navi mercantili, aveva compiuto lunghi viaggi nell’Estremo Oriente. Anzi, per ben due volte, vi aveva fatto naufragio, salvandosi, in entrambe le occasioni, grazie all’aiuto di pescatori giapponesi, particolarmente abili e temerari in mezzo alle ciclopiche bufere, che squassano i mari del loro pittoresco arcipelago.

Egli sapeva raccontare con efficacia, anche se non aveva studiato, e ricordava, pronunciandoli correttamente, i nomi delle molte località toccate nel suo vagabondare per mare.

Era un bel vecchio, «Giappone». Aveva la faccia, cotta dal sole e dalla salsedine, scavata da lunghe rughe profonde, dove non era ricoperta dalla folta barba bianca, che gli donava un’aria solenne, ieratica, come quella di un biblico patriarca. Dalla sua strana pipa, vendutagli da un indigeno delle Molucche, non si stancava di tirare del fumo con ampie boccate, visibilmente compiaciuto per le prestazioni della sua «ciminiera», come egli, affettuosamente, soleva definire la sua vecchia, inseparabile pipa. Le sue avventure erano state numerose, tragiche e comiche. Non priva di brivido e di «suspense» era quella capitatagli al largo di Singapore, allorché con altri venti compagni, dopo che la nave era affondata a causa di uno spaventoso tifone, si era trovato su una scialuppa dal fasciame sconnesso, circondata dagli squali, pronti a ghermire chiunque, per stanchezza o per disattenzione, fosse caduto in acqua.

Invece, imbarazzante era quella accadutagli ad Aden, allorché un arabo gli voleva vendere la propria figliola quindicenne per poche lire, avendo mal capito un segno di ammirazione che «Giappone» - come ho già detto – vanta, oltre a diversi ricordi storici, fra cui la fucilazione di Gioacchino Murat, anche delle attività peculiari, come quella di una tonnara, ormai disattivata da anni, il cui anno di nascita si perde nella notte dei tempi. La ingegnosa trappola era tesa alla fine di una lunghissima rete di sbarramento, che, partendo dalla spiaggia «Seggiòla», raggiungeva la tonnara vera e propria a circa due miglia verso il largo; essa rimaneva in attività per un periodo che andava dai primi giorni di maggio, fino alla seconda decade di giugno, cioè quando il tonno si avvicinava alla costa per la riproduzione e vi trovava, insieme, amore e morte.

La tonnara offriva da vivere ad un centinaio di pescatori e rappresentava una delle poche fonti di lavoro e di guadagno per la gente di questa povera zona della costa calabra.
Le annate di pesca erano legate alle alterne vicende della stagione e, quindi, del mare; esse non erano sempre ricche, anche se, raramente, risultavano deficitarie, tranne che non si fossero commessi errori nel predisporre il complesso sistema delle reti formanti, in blocco, la tonnara.

Tale sistema, tenuto segreto fra poche famiglie di tonnarotti, veniva tramandato gelosamente da padre in figlio. Colui che si assumeva la responsabilità di far collocare le reti era quasi sempre persona anziana, assai esperta, quindi, e prendeva il nome di «rais», cioè di capo della ciurma, secondo un termine mutuato dagli arabi, qui venuti da dominatori, i quali avevano per primi ideato il marchingegno della tonnara così come arrivata ai nostri tempi.

Dalla capacità del «rais» dipendevano le sorti della pesca; se sbagliava, un danno gravissimo si abbatteva sulle spalle del finanziatore dell’impresa, il quale rischiava un cospicuo capitale.
Dunque, moltissimi anni fa «Giappone» asseriva che un «rais» bravissimo di nome Emanuele, era stato gettato in carcere, perché si era al 10 di giugno e la tonnara non aveva pescato niente, nemmeno un solo tonno, così come la consuetudine voleva, affinché egli fosse scagionato da ogni responsabilità. Il povero «rais» Emanuele, dalla grata della prigione, guardava disperato il mare calmissimo e la tonnara affogata nel sole cocente dell’estate ormai prossima. Egli ripassava nella propria mente tutte le operazioni che aveva fatto compiere ai tonnarotti per calare, nei modi dovuti, le reti in acqua. Se le ripeteva cento volte il giorno, senza scoprire nulla che non andasse bene, che non fosse stato fatto come negli anni precedenti, quando la pesca del tonno era stata sempre copiosa ed a lui, di riflesso, erano stati elargiti premi particolari e attestati di benemerenza.

Certamente non dipendeva da eventuale sua inettitudine se, quell’anno, non c’era stato ancora lo spettacolo cruento e affascinante della mattanza, ultimo capitolo della vita libera dei tonni, fatta di corse veloci nelle limpide acque del Mediterraneo.
Ed allora, perché la tonnara non pescava? Perché tanta iattura era piombata su di lui? Mentre così tormentava il suo cervello, sentì suonare la campana annunciante la solenne processione dell’indomani in onore di Sant’Antonio da Padova.

Buono e pio come era, il buon «rais» cadde in ginocchio e, col cuore colmo di dolore, si mise ad invocare a gran voce la protezione del Santo, chiedendo:
- O miracoloso Sant’Antonio, domani, 13 giugno, proprio allo scadere del periodo propizio alla pesca, fammi la grazia di fare entrare almeno un solo tonno nella trappola, affinché sia chiaro a tutti che io non ho commesso errori di sorta!... -.

Così pregò, sino a quando, travolto dal nodo di pianto che lo stringeva alla gola, più non gli riuscì di parlare.

L’indomani, una brezza sostenuta fece increspare il mare, creando condizioni ideali per indurre i tonni a muoversi lungo l’arco del Golfo, facendoli finire, poi, contro la rete di sbarramento della tonnara e, quindi, nell’intricato labirinto della trappola insidiosa, ove vanamente si sarebbero dibattuti, fra un ribollire di spume, causate dai possenti colpi delle loro code, alla disperata ricerca di una via di scampo verso il libero mare aperto, perduto per sempre!

Il povero «rais» Emanuele guardò fuori dalla grata della cella, rinnovando, più fervida, la preghiera fatta la sera prima a Sant’Antonio. Poi, quando la statua del Santo già avanzava in processione per le vie del paese, accompagnata dalla moltitudine dei fedeli e del clero salmodiante, fra scoppi di mortaretti e di allegre marcette di una rumorosa banda musicale, al suo occhio esperto non sfuggì un insolito movimento fra le barche della tonnara, là ove è posta la cosiddetta «camera della morte».
Poco dopo, infatti, sul pennone della barca più grande vide innalzarsi il convenuto segnale, preannunciante l’imminente mattanza.

Non c’era dubbio: la tonnara si apprestava a pescare! I tonnarotti, fra poco, tirando su la pesante rete della «camera della morte», avrebbero intonato le loro lunghe nenie, fatte di frasi semplici e toccanti, con ringraziamento al buon Dio e al loro padrone, il quale avrebbe loro elargito una ricca mercede, proporzionata alla quantità del pescato, mentre ai tonni, avrebbero chiesto di perdonarli per la crudele morte a cui li avrebbero destinati.

Era, dunque, la fine di un incubo tremendo, che rischiava di fare impazzire l’esperto ed onesto «rais», se non si fosse risolto in bene, col sapore di un miracolo; di un miracolo di altri tempi, allorché gli uomini, più buoni di quelli di oggi, lo meritavano!

E riuscì davvero una giornata memorabile, quella, perché furono catturati più di 13.000 tonni, tanto che non si sapeva dove metterli, quando venivano scaricati a riva dalle barche ed ammucchiati sulla lunga spiaggia. Perciò, fu consentito a chiunque di portarne via quanti più potesse, ed anche dai paesi vicini vennero a prenderne in gran copia, quando la notizia della pesca eccezionale si sparse.

L’arrosto di tonno fu il cibo più consumato per parecchi giorni sulle mense di una vasta zona della Calabria e sfamò migliaia di poveri, i quali mai avevano potuto mangiare con tanta abbondanza e a così poco prezzo!...

Il buon «Giappone», finendo di raccontare, aveva gli occhi lucidi di commozione e di gioia: davanti ai suoi occhi cilestrini riviveva la pesca miracolosa di quel lontano 13 giugno di tanti e tanti anni fa!

di DAVID DONATO
(5 ottobre 1926 - 20 gennaio 2009)
Poeta, commediografo, scrittore e giornalista.
Estratto dalla raccolta “Carosello Pizzitano” (1979)


lunedì 13 maggio 2013

LA LEGGENDA DELLA MITRAGLIATA AEREA INFISSA NEL PASSAMANO IN FERRO ...


Il colpo di mitraglia aerea dinanzi al Parrucchiere Trimboli
E' quasi diventata una piccola legenda metropolitana. Alcuni anziani amano raccontarne i particolari tra una partita a carte ed una passeggiata ciondolante sul corso, altri, più giovani, provano ad indicarne il punto preciso, senza mai dare particolari utili ad identificarli.

Eppure sono lì, stabilmente impressi nel ferro forgiato a mano dell'ottocentesca ringhiera del Corso, muti testimoni dell'evento tragico vissuto dal nostro borgo marittimo alla fine della II guerra mondiale.

Il colpo di mitraglia aerea dinanzi all'ex Miramare
Spinti dalla voglia di documentarne stabilmente la presenza, ieri abbiamo cercato lungo la parte più antica del passamano, i segni rimasti della mitragliata aerea.
Non sappiamo precisamente l'anno nè la data precisa dell'incursione aerea, ma di certo l'episodio è compreso tra l'agosto del 1942 ed il settembre del 1943.

Sono sette i colpi individuati e ben visibili, entrambi compresi tra lo spazio del Parrucchiere Trimboli e l'ex Albergo Miramare.
Immaginiamo la sventagliata di colpi infilarsi nel ferro e cadere sulle basole di pietra. L'inclinazione dei colpi, da nord verso sud, fornisce l'indicazione che l'aereo prese di mira il porto durante il suo viaggio di rientro nelle basa aerea posta nel Nord Africa.

  

venerdì 15 marzo 2013

TONNARA CANTAFIO: ECCO LA FASI DELLA BENEDIZIONE DELLE RETI DELLA STAGIONE DI PESCA DEL TONNO DEL 1957!

Disegno promozionale della "Tonnara Angitola Srl"
La storia della Società a Responsabilità Limitata «Tonnara Angitola» di Vibo Marina, la cui sede venne costruita nel porto agli inizi degli anni '40, è una storia che merita di essere riscoperta e riscritta, dalla sua nascita sin dal suo fallimentare epilogo.
La "Tonnara Angitola Srl", nota ai più come "Tonnara di via Emilia",
fotografata qualche mese prima dell'abbattimento.


Coll. foto Cantafio - 1957: il corteo entra in tonnara
guidato da Vincenzo Cantafio
Coll. foto Cantafio - 1957: il corteo si porta sul lato mare,
verso le barche e le reti della tonnara.
Voluta, caparbiamente voluta da Vincenzo Cantafio, venne edificata con lo schema degli stabilimenti di tonnara sicilia, con lo "scaro a mare" nello stesso bacino del porto e l'ampia zona produttiva, legata al moderno (per l'epoca) processo di bollitura ed inscatolamento del tonno.

Ma di ciò ne scriveremo nei prossimi giorni, anche perchè, la notizia che oggi interessa porre in evidenza è un'altra.

Grazie al web siamo entrati in contatto con uno dei nipoti di Vincenzo Cantafio che conserva con emozione e dedizione alcune foto fino a ieri inedite della Tonnara.

Coll. foto Cantafio - 1957: Don Costa, il parroco di S. Francesco di Pizzo,
frati cappuccini e il Rais Canduci 
Ricordiamo che oggi quella Tonnara, nota negli anni '70-'80 come tonnara di via Emilia, non esiste più. La sua area demaniale venne poi scelta per costruire al suo posto la sede del Comando Provinciale della Guardia di Finanza.
Coll. foto Cantafio - 1957: Fasi della benedizione della TonnaraCantafio
Per noi, la scoperta delle foto della Collezione Cantafio ha un valore doppio:
primo, perchè si uniscono organicamente , integrandole, a quelle altrettanto prezione scattate nell'agosto del 1954 da Alan Lomax [vedi link]; secondo perchè testimoniano un episodio del quale nessuno dei contemporanei ricordava più nulla!
Si, è proprio così ... nessuno in paese ricordava del rituale religioso legato all'inizio della stagione di pesca!

Scattate probabilmente tra la fine di marzo ed i primi di aprile del 1957, quelle piccole 6 foto hanno dunque un valore etno-antropologico enorme per la nostra comunità.
In esse ritroviamo il giovane parroco Don Costa che si unisce nel rituale propiziatorio al parroco ed ai monaci cappuccini della Chiesa di S. Francesco di Pizzo.
Si conferma un legame dunque, forte tra le due comunità costiere, ben rappresentato dalle origini pizzitane di Vincenzo Cantafio*.
Coll. foto Cantafio - 1957: Fasi della benedizione della TonnaraCantafio

E' emozionante vederlo aprire i portoni della tonnara, circondato da pescatori (tra essi riconosciamo il Rais Canduci, donne e bambini, e guidare il benedicente corteo religioso dentro e fuori lo stabilimento, fino alla benedizione delle reti e del crociato di tonnara!

Coll. foto Cantafio - 1957: La benedizione del Crociato di Tonnara
Ringraziamo il sig. Pino Cantafio per averci consentito di ridare valore al  vissuto della nostra città, riscoprendo  queste scene, che fino a ieri erano mancate alla nostra storia collettiva.

Il suo ricordo dello zio Vincenzo è carico di affetto e riconoscenza, sempre presente nei suoi ricordi di bambino  come una grande e generosa persona, stimato da tutti, probabilmente vittima di una delegata gestione dell'azienda, un pò superficiale, che costrinse al fallimento di quella impresa.
Quel fallimento forse poteva essere gestito in maniera migliore da un curatore fallimentare, tutt'altro che interessato a salvare il lavoro di circa 200 tonnaroti, ma di questa vicenda avremo modo di scriverne ancora.


 ... Oggi è per noi tutti un giorno di festa per le foto e la memoria ritrovata, che ricostruiscono quello che prima di noi sembrava impossibile: la storia!






* Ricordiamo che alla famiglia Cantafio si debbono gran parte delle attività imprenditoriali esistenti nell'area costiera sin dall'avvio dell'attività portuale. 

In particolare la gestione della TONNARA ANGITOLA Srl era condivisa tra Cantafio Vincenzo e Cantafio Gregorio (padre di Pino, custode delle preziose foto); l'Agenzia Marittima a Cantafio Peppino, che curava inoltre le attività d'assistenza allo sbarco portuale e  quella alberghiera (è infatti del 1933 la costruzione dell'Albergo Miramare)  


Coll. foto Cantafio: G. Cantafio con gli amici e il barcone della tonnara
(sullo sfondo il MP "Tonno")

link

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